Recensione di Barbara Benini
Una perla rara, I pozzi di Betlemme. Una Palestina che non c’è più non si può definire altrimenti – autobiografia di Giabra, riguardante gli anni vissuti a Betlemme con la famiglia, dai primi anni Venti del secolo scorso fino agli anni Trenta – e la splendida traduzione di W. Dahmash, a tratti lirica, non fa che esaltarne ancora di più il valore. La prima edizione in italiano di Al-bi’r al-ula, questo il titolo originale,risale al 1997, quando uscì nella collana Memorie del Mediterraneo, diretta da I. Camera d’Afflitto, per l’Editore Jouvence, che l’ha ristampato nel 2015[1] e, nello stesso anno, ne è uscita un’edizione anche per le Edizioni Q[2], sempre a cura del medesimo traduttore.

In questo testo Giabra vuole registrare su carta ciò che rammenta della sua infanzia e adolescenza, delle varie case, o per meglio dire stanze, in cui ha abitato con la sua famiglia – in ogni casa è fondamentale la presenza di un pozzo, di qui il titolo, per avere accesso al bene più prezioso, l’acqua, altrimenti si è costretti ad approvvigionarsene quotidianamente da quelli pubblici. Come spiega l’autore nella prefazione: “ciò che scrivo qui riguarda esclusivamente la mia persona e la mia infanzia. Al centro del mio racconto è un essere […] che cresceva giorno dopo giorno, che viveva nella sua innocenza e che ad essa si aggrappava […] scopriva bellezza e il suo contrario, gioia e tristezza”[3]; e poi ancora, qualche pagina dopo, precisa: “ho cercato di rivivere il mio tempo da bambino, senza ansia di analisi, senza interpretare o commentare […] è l’infanzia che resta sorgente di fascino la cui misteriosa azione perdura”[4]. È come se l’autore volesse condividere il suo album dei ricordi con il lettore, facendolo accomodare al suo fianco e sfogliandolo con lui. Di quel periodo Giabra fotografa la serenità della vita in armonia con la natura: “la sera stormi di rondini attraversavano il cielo di lapislazzuli per tornare alla terra amata. Ovunque stessimo a giocare, cantare o raccontarci fiabe, le serate di primavera a Betlemme erano strepitanti del canto delle rondini…”[5]. Pare di vedere ogni scena, da quelle naturali a quelle della quotidianità, le marachelle combinate da Giabra bambino e i suoi amici, le veglie in chiesa, le feste religiose. I pozzi di Betlemme, mutatis mutandis, ha molto in comune con lo splendido film di Ermanno Olmi L’albero degli zoccoli, entrambi, con le loro opere, desiderano conservare la memoria di un mondo che non c’è più.

La copertina della prima edizione, Jouvence 1997
Quando l’autore ci descrive Betlemme, scopriamo una città di vicoli stretti con laboratori e botteghe di artigiani, chi intaglia il legno, chi cesella, chi lavora la madreperla, è durante quegli anni che nasce l’amore di Giabra per la calligrafia araba, sono gli anni dell’amicizia con Shihade, il compagno di classe che lavora già insieme al padre pur frequentando la scuola. Più tardi, l’esperienza con gli abili calligrafi di Betlemme avrà un ruolo fondamentale nella carriera di Giabra come artista e pittore.
Dopo la Prima guerra mondiale la povertà dilagante spinge molti abitanti della città all’emigrazione, chi resta, riesce a vivere solo di turismo religioso: “il fatto che Betlemme fosse la città natale di Gesù assicurò comunque a molti suoi abitanti un reddito proveniente dall’artigianato religioso, cristiano e musulmano”[6].
Sono anche gli anni del terremoto che sconvolse Betlemme nel 1927, la famiglia dell’autore cambia casa ancora una volta, si spostano in prossimità delle colline, oltre le quali si intravvede la grande luce di Gerusalemme: “ogni giorno vedevamo l’alba con i suoi colori luminosi, e ogni sera, […], si vedeva a nord, una luce diffusa su un tratto dell’orizzonte oltre la montagna. Chiesi a mio fratello Yusef di quella strana luminosità e lui mi rispose senza esitare: ‘È la luce di Gerusalemme! Dio vuole che brilli nell’oscurità che avvolge il mondo’”[7].
Nel 1932 le condizioni di salute del padre si aggravano e la famiglia è costretta a trasferirsi proprio nella città santa, dove il fratello maggiore di Giabra, Yusef, già vive e lavora, si lasciano alle spalle “il grande carrubo” che indicava la strada per raggiungerla, vanno a stabilirsi vicino alla Porta di Giaffa e Giabra si iscrive alla scuola secondaria al-Rashidiya. Sono gli anni in cui il professore di disegno, Giamal Badran, il preferito dell’autore, accompagnerà la classe a copiare le decorazioni delle pareti della Cupola della Roccia per poi riprodurle sui quaderni. Giabra è già un grande appassionato di pittura: “In pochi mesi mi insegnò le basi del disegno, la prospettiva e l’ombreggiatura, che poi mi sono servite negli studi successivi e nell’attività artistica per il resto della vita. ”[8].
È di quel periodo il primo tentativo di scrittura, il suo lettore, il primo, è il suo vicino: “Latif mi prestò attenzione quando gli feci vedere il quaderno sul quale avevo scritto il mio primo racconto lungo. Ad eccezione di mio fratello, fu forse lui il mio primo lettore, lesse il racconto appena ebbi finito di fare la bella copia e disegnato la copertina. Dopo averlo letto ne discusse con me seriamente”[9].
Nel 1936 ci sono le prime rivolte, “risalgono a quel periodo anche l’acquisizione di una crescente coscienza politica, le manifestazioni, lo sciopero generale del 1936, la rivolta che si protrasse per tre anni, fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale” ma sono anche gli anni in cui Giabra vince la borsa di studio e, ormai diciannovenne, si trasferisce “nell’Inghilterra di quei tempi, immersa nel frastuono delle bombe”[10]. L’autobiografia di Giabra termina qui, all’inizio del suo primo sradicamento, in seguito, nel 1948, dopo la Nakba, scapperà a Bagdad, dove ha inizio il suo lungo esilio iracheno.
I pozzi di Betlemme ci restituisce un periodo della storia della città e delle dinamiche sociali tra le varie comunità, introvabile sui libri di storia, e Giabra è un abilissimo narratore.
Per la biografia di Giabra rimando al mio precedente “La nave – al-Safina di Giabra Ibrahim Giabra”[11].
[1] https://www.jouvence.it/catalogo/i-pozzi-di-betlemme/
[2] http://www.edizioniq.it/pozzidibetlemme.html
[3] I pozzi di Betlemme, Jouvence, 2015, pag.11
[4][4] Ivi, pag.13
[5] Ivi, pag. 61
[6] Ivi, pag.67
[7] Ivi, pag. 97
[8] Ivi, pag.183
[9] Ivi, pag.185-186
[10] Ivi, pag.204
[11] https://rivearabe.com/2025/08/17/la-nave-al-safina-di-giabra-ibrahim-giabra/


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