Le ferite ci raccontano di Ziad Khaddash

Recensione di Barbara Benini

Uscito nel febbraio di quest’anno nella collana Notturnali della casa editrice Emuse, Le ferite ci raccontano[1], tradotto da E. Fei, è una raccolta di racconti dell’autore palestinese Ziad Khaddash, la prima in italiano, pubblicata nel 2023 dall’editore Almutawassit[2].

È un’opera veramente singolare, dirompente, oserei dire, rispetto a ciò che l’editoria italiana, salvo rare coraggiose eccezioni, ci ha abituati a leggere, quando si tratta di letteratura, o meglio, narrativa palestinese in traduzione.

Come afferma l’autore stesso nell’intervista concessa a F. Soranna: “Sono entrato nel mondo della scrittura insieme ad altri amici scrittori con l’intento di cambiare un modello narrativo che ci aveva stancati. Siamo stati la generazione letteraria degli anni Novanta. È successo dopo gli Accordi di Oslo del 1993 e l’insediamento dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il modello letterario del tempo ci infuriava perché non ci rappresentava e non rispecchiava la nuova vita, quella di cui eravamo protagonisti. […] Non stavamo scegliendo di abbandonare la resistenza contro l’occupante, […], ma semmai di trovare un nuovo modo per combatterlo. […] L’occupazione voleva e vuole relegarci nella spirale del fanatismo, del lamento, della paura e del pianto. Non glielo permetteremo. Scriveremo storie, canteremo, metteremo in scena opere teatrali, gireremo film. Così renderemo alla Palestina il suo vero volto culturale.” [3]

E infatti è lo stile narrativo di Khaddash a colpire, uno stile scarno, un utilizzo frequente della prima persona, perché è egli stesso protagonista di molte delle vicende narrate, ma allo stesso tempo il taglio surreale, a volte ironico, con cui descrive le situazioni in cui ogni racconto, sono quarantadue per la precisione, è ambientato e si dipana, talora esaurendosi in sole poche righe, flash estremamente significativi, poche parole molto eloquenti. Nel racconto intitolato “Il negozio di giocattoli”[4] in sole sedici righe ci scatta una Polaroid dell’infanzia tradita, due bambini che spingono il carretto del pane, ma in cima alla collina si bloccano sempre nello stesso punto ed è l’autore a svelarci il mistero.

Il compito dello scrittore è riprodurre la realtà in cui è calata la sua quotidianità caricandola di significati determinati dal proprio stile, dalla propria creatività e Khaddash si trova all’interno di un quadro complesso, causato dall’occupazione che, di per sé, altera i problemi e i quesiti esistenziali, dove la speranza, talora, si trasforma in un’accusa.

Nel racconto “La valigia non è mia”[5] l’autore ribalta la simbologia cui essa è solitamente legata, non è più un riferimento al viaggio, ma alla fine, a una perpetua partenza. Chiunque trasporti una valigia in terra di Palestina lo fa per essere, suo malgrado, spostato con la forza da un posto a un altro per proteggere la propria esistenza – le immagini di questi giorni ne sono una tragica reale rappresentazione.

Rivoluzione, paura, audacia, dubbio, ma anche noia, noia per le ispezioni ai posti di blocco. Sono questi i protagonisti, oltre all’autore stesso, del racconto “Il gesto di vittoria di Saleh”[6], dove Khaddash sembra chiedersi se ci si possa definire rivoluzionari per i propri gesti: “Il gesto della vittoria è nato come una provocazione contro un occupante spregevole che continua a perseguitarci: nelle mani, nei volti, nelle risate, ovunque e in ogni occasione. Ha finito per diventare una risposta delle dita del tutto naturale. Un’espressione di stanchezza e rabbia per tutto questo, forse.”[7] Questo “forse” al termine del racconto destabilizza, perché chiama in causa il lettore.

La vita dei Palestinesi è compartimentata, piena di ostacoli da attraversare: ci sono passaggi, confini e barriere tra Gaza e la Cisgiordania, l’autore lo sa bene dato che risiede nel campo profughi di Jalazone, nei pressi di Ramallah, quindi non è sorprendente che in questi racconti molte storie prendano forma vicino a un posto di blocco.

In “Uno scrittore di racconti brevi non obbedisce agli ordini dei soldati” di nuovo troviamo la prima persona e l’autore quale protagonista che, in quanto scrittore di racconti brevi, riesce a evitare una perquisizione umiliante a un check point, citando lo scrittore israeliano Etgar Keret. Al militare non interessa il tuo cognome, professione o genere: “‘Soldato, hai mai letto Storia di un autista di autobus che voleva essere Dio di Etgar Keret?’ ‘Cos’hai detto? Etgar Keret? Hai davvero letto Etgar Keret? Oh, quindi anche tu sai apprezzare un grande scrittore. Ok, questo basta. Vai, passa pure.’”[8] Salvo poi, più avanti, venire massacrato di botte da un altro militare insensibile al valore della letteratura, per poi, infine, superare l’ennesimo check point all’ingresso dell’ospedale, ancora una volta grazie al nome di Etgar Keret. Ma la tragedia non termina lì, in modo estremamente grottesco anche la persona che l’autore doveva incontrare a Nablus si trova stesa in un letto del medesimo ospedale di Ramallah: “I soldati al checkpoint mi hanno spaccato il cranio perché mi rifiutavo di sottopormi a una delle loro umilianti perquisizioni.”[9]

Nel panorama della letteratura araba in traduzione, questo scrittore palestinese è una nuova voce, che merita davvero di essere ascoltata.

Ziad Khaddash è uno scrittore e insegnante palestinese. La sua famiglia fu costretta a lasciare il villaggio di Beit Nabala, in Cisgiordania, durante la Nakba del 1948. Attualmente vive nel campo profughi di Jalazone, nei pressi di Ramallah. Dopo aver frequentato le scuole del campo e della città di Ramallah, nel 1989 ha conseguito una laurea in lingua araba presso l’Università di Yarmouk, in Giordania. Ha pubblicato tredici raccolte di racconti, tra cui I momenti più luminosi dei nostri errori, ispirata alla sua esperienza di insegnamento di scrittura creativa nelle scuole palestinesi. Il suo lavoro ha ricevuto numerosi riconoscimenti in Palestina e nel mondo arabo, tra cui il Premio Nazionale della Palestina per L’errore del cameriere. È stato, inoltre, finalista al Premio Al-Multaqa[10], uno dei riconoscimenti più prestigiosi per la narrativa breve nel mondo arabo.[11]


[1] https://emusebooks.com/libri/le-ferite-ci-raccontano/

[2] https://almutawassit.it/book/2235

[3] https://emusebooks.com/intervista-a-ziad-khaddash-autore-de-le-ferite-ci-raccontano/

[4] Le ferite ci raccontano, Ziad Khaddash, Emuse 2025, pag. 21

[5] Ivi, pag.12

[6] Ivi, pag.48

[7] Ivi, pag. 50

[8] Ivi, pag.119

[9] Ivi, pag. 121

[10] https://aawsat.com/%D8%AB%D9%82%D8%A7%D9%81%D8%A9-%D9%88%D9%81%D9%86%D9%88%D9%86/5091863-%D8%AC%D8%A7%D8%A6%D8%B2%D8%A9-%D8%A7%D9%84%D9%85%D9%84%D8%AA%D9%82%D9%89-%D9%84%D9%84%D9%82%D8%B5%D8%A9-%D8%A7%D9%84%D9%82%D8%B5%D9%8A%D8%B1%D8%A9-%D8%A7%D9%84%D8%B9%D8%B1%D8%A8%D9%8A%D8%A9-%D8%AA%D9%8F%D8%B9%D9%84%D9%86-%D9%82%D8%A7%D8%A6%D9%85%D8%AA%D9%87%D8%A7-%D8%A7%D9%84%D8%B7%D9%88%D9%8A%D9%84%D8%A9

[11] La biografia di Khaddash è tratta dal sito dell’editore Emuse: https://emusebooks.com/team/ziad-khaddash/

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