Tenera è la notte

Tenera è la notte

Un racconto di Mohamed Khalfouf

Traduzione a cura di Antonino d’Esposito

Spense la luce e provò ad addormentarsi, ma non ci riuscì. Continuava a pensare a quanto gli aveva detto lo scrittore: l’omicidio, il talento, la fama sportiva, Siham… Siham col suo petto florido e il corpo armonioso… Siham bacia solo un uomo vero. Avvertiva la pesantezza delle sue membra, come se tutti quei colpi di cintura, gli schiaffi, lo stare in piedi nudi sotto l’acqua fredda nelle notti buie e zeppe di solitudine, l’avessero svegliata all’improvviso.

Si alzò dal letto. Quando non riusciva a prendere sonno, scarabocchiava sul quaderno di matematica dove faceva le equazioni; eppure, in quel momento, non era in grado di farlo. Indossò un pantalone pulito e uscì dalla stanza. L’appartamento era ancora immerso nell’oscurità e nel silenzio. Gettò un’occhiata alla cucina che era così come l’aveva lasciata; afferrò le chiavi e si lasciò la casa alle spalle. Camminando per le strade del quartiere di al-Atlas, si rese conto di aver dimenticato l’orologio. Vide la ragazza che volevano violentare seduta con loro, il volto le brillava cinereo alla brace della sigaretta nelle tenebre. Le vie erano vuote, i magazzini e i caffè sprangati. Un effeminato provava a fermare un taxi, al Renaissance stavano impilando le sedie; soltanto i bar e qualche bettola erano aperti. Avvertiva, intorno a sé, un astio feroce. Per quanto tempo aveva sperato di dargliele di santa ragione, di allungare la mano per strangolarla… era stato capace solo di piangere e urlare.

Passeggiò molto nel lungo giardino pieno di erba, palme e panchine fredde di marmo, attraversando il parco contiguo, che iniziava dall’albergo e terminava alla prefettura. Nelle sere d’estate, quel posto era gremito di adulti e bambini vocianti, di venditori di pannocchie, popcorn e zucchero filato; dai caffè illuminati proveniva il frastuono dei clienti, la gente faceva sport, portava a spasso i cani, i bambini correvano su piccoli carretti dipinti coi colori dell’arcobaleno. Adesso, invece, a stento erano occupati i sedili di marmo. Si sedette su una di quelli, irrigidito, senza riflettere su nulla, o per meglio dire, erano tanti i pensieri che gli si affollavano in testa. 

Ripetendosele, ripensò alle parole dello scrittore:

“Devi cambiare… devi cambiare!”

Il mondo era infinito, in continuo mutamento, mentre lui era fisso, immobile, invariabile o incapace di modificare dentro di sé qualcosa, nonostante il suo talento. Non voleva rimanere in quella situazione per sempre, doveva tentare con un altro posto, far entrare aria nuova nei suoi polmoni. Non voleva rimanere come uno zero dopo la virgola, uno di quelli che non contano niente, come le migliaia di zeri che conosceva, quelli che non facevano la differenza da vivi, e neppure da morti. Ogni volta che pensava alla vastità del mondo, alla sua infinità, tutto ciò gli appariva impossibile e quanto mai stupido. Doveva smettere di pensare al cambiamento, di sognare un’altra vita. Era una semplice persona solitaria, con la vista debole, che viveva all’ombra di una donna imbevuta di crudeltà. Aveva paura di lasciarla e lei non lo lasciava, rimaneva piantata dentro di lui, impassibile alla morte e all’oblio, seguitava a vivere con tutta la sua tirannia e la sua oscura spietatezza. Come in un’epifania subitanea e forte, seppe di essersi ormai separato da quella donna, sua madre; evitando di essere presente nella sua vita, capì di essere ormai una parte ad essa estranea.

“Sono stanca!” Ogni tentativo che faceva per avvicinarsi a lui, non faceva che allontanarla. Quando lui tendeva la mano, lei faceva finta di ignorarlo come se fosse invisibile. Lei si era sempre augurata che potessero essere come madre e figlio, due persone normali: lui che dormiva tra le sue braccia, lei che lo baciava quando tornava e gli chiedeva cosa avesse fatto nel frattempo (era passato tantissimo tempo da quando le sue labbra avevano sfiorato la pelle di lei, forse una vita intera!), loro due che chiacchieravano, uscivano insieme, si sedevano a mangiare con affetto, lei che lo interrogava sui minimi dettagli della vita. Eppure, lei infrangeva sempre le sue aspettative.   

Dopo gli esami e le radiografie, il medico le aveva detto:

“Signora, suo figlio è affetto dalla sindrome di Asperger, una forma di autismo.”

“Autismo? È handicappato?”

“No, l’autismo non è un handicap, è soltanto un disturbo, per lo più genetico, ma avrà una vita normale come gli altri.

Lo spinse in casa, lanciando la borsa e il cappotto, ed urlò:

“Sindrome di Asperrr, Asperrrr… sarai inutile per tutta la vita!”

Il suo sogno consisteva in una caduta continua e infinita, in un vuoto profondo e cupo, mentre cercava di afferrare qualcosa che gli impedisse di cascare.

Si alzò dalla panchina e attraversò di nuovo il giardino, ascoltando il ticchettio delle chiavi che aveva in tasca. Scese dal marciapiede ed entrò in un vicolo buio; completamente assorto, non si accorse dei fari della macchina che squarciavano le tenebre della stradina. All’ultimo momento, provò a risalire sul marciapiede con un movimento veloce, ma inciampò e cadde. Credette che il conducente si sarebbe fermato, dopo averlo scorto nello specchietto laterale, e che sarebbe sceso per aiutarlo, ma la vettura tirò dritto. I pantaloni non si erano strappati, ma un ginocchio era ferito. Aveva una voglia matta di dare fuoco all’universo, ma era troppo debole per farlo, e lo sapeva benissimo.

Perché, all’ultimo momento, aveva schivato l’autovettura e non aveva lasciato che lo colpisse?

Nonostante il dolore al ginocchio destro, vagò nella notte della città, percorrendo le strade che conosceva a menadito, chiassose di giorno e di notte silenti, rumorosamente calme. Però, la tranquillità del buio non gli entrava nei polmoni.

In bagno medicò la ferita e lavò la gamba dei pantaloni, lì dove si era formata una macchia di sangue. Con gli occhi verso il cielo nero, stese i calzoni sul balcone e pensò:

“Dio è nei cieli! Gli ho sempre rivolto preghiere, ma Lui non risponde, forse non esiste. I matematici non credono nell’esistenza di Dio, credono che la scienza sia in grado di realizzare ciò in cui Dio ha fallito. La gente mi odia e io detesto me stesso. Non ho valore: la mia vita, le mie azioni, i miei sogni, persino questo mio respiro non è altro che aria che si diffonde nel vuoto e svanisce. Agli occhi di tutti sono semplicemente un handicappato: a partire da mia madre, fino all’essere più insignificante di questa terra.”

La casa era silenziosa. Fuori, si sentivano i rumori della macchine che passavano, i lampioni che si spegnevano con l’alba e mettevano a nudo le strade. Lì, nel mezzo di quella quiete e col dolore al ginocchio, provò a dormire.

Tenera è la notte.

Spietata è la notte.

Fez, Marocco.

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