di Alessandra Amorello
Seguo il filo nasce dall’intreccio di due fili che, pur provenendo da luoghi lontani, si uniscono nel comune desiderio di raccontare. Dalla Palestina all’Italia, questi fili si tendono e si incontrano, creando un tessuto nuovo: un albo illustrato che mescola voci, culture e sguardi distanti. Ogni filo diventa un ponte che unisce storie e geografie, tracciando un cammino di dialogo e creatività condivisa.
Scritto da Ala’ Kraman, illustrato da Haya Halaw e pubblicato in Italia con la mia traduzione, questo albo è un’armonia tra parole e immagini, una danza delicata che si sviluppa lungo il filo sottile che costituisce il cuore della narrazione.
Il volume nasce dalla collaborazione tra il Tamer Institute for Community Education di Ramallah e la casa editrice Bibliolibrò di Ostia, fondata da Valentina Rizzi. Il progetto prende vita da un incontro tra le luci della Bologna Children’s Book Fair del 2023 e quelle della Sharjah Bookseller Conference del 2024, e da questo scambio culturale scaturisce un’opera bilingue che celebra il potere della lingua e della cultura come ponti invisibili tra le persone.
Le illustrazioni di Haya Halaw sono il volto visibile di questa fusione, dove la sua arte si intreccia con la poesia della narrazione, dando vita a un racconto che risveglia i sensi e l’anima. La protagonista di Seguo il filo intraprende un cammino denso di significato, dove il filo diventa simbolo di un viaggio esteriore e interiore. Tra montagne e cactus solitari, la giovane protagonista avanza in un equilibrio precario, si fa portavoce di una ricerca senza fine, quella della propria identità, di un luogo da chiamare casa, che non è più, ma potrebbe essere ancora. Ogni passo è una riflessione sulla diaspora, sull’esilio e sul bisogno irrefrenabile di radici che, pur spezzate, resistono nel cuore.

Ogni parola, ogni immagine, ogni curva del filo racconta un percorso di resistenza e trasformazione. La struttura bilingue del testo – l’arabo che dialoga con l’italiano – diventa una metafora di un movimento oscillante tra passato e presente, tra due terre che non si toccano, ma che vivono nel medesimo respiro. La lettura non è mai lineare, ma si sviluppa in direzioni opposte, come il cammino incerto della protagonista. Questo invito a perderci per poi ritrovarci è il cuore pulsante di Seguo il filo, che ci regala un’esperienza immersiva di spaesamento e di scoperta.

Il senso di non appartenenza e la sospensione tra dimensioni diverse – il “di qua” e il “di là” – che emerge in Seguo il filo richiama il Sono nato qui, sono nato lì di Mourid Al-Barghouti, dove il viaggio diventa esperienza esistenziale, trascendendo la geografia per diventare riflessione sulla diaspora e sull’identità frammentata. Così come Al-Barghouti esplora la difficoltà di riconciliarsi con un luogo d’origine che è al tempo stesso familiare e irraggiungibile, anche la protagonista di Seguo il filo si muove in un territorio di incertezza, alla ricerca di un equilibrio tra radici e nuove possibilità.
Il filo che percorre il paesaggio diventa simbolo di un legame sottile e indissolubile con il passato, una connessione che, pur nella sua fragilità, persiste nel tempo. Come nel tatreez palestinese, dove ogni punto di ricamo è un nodo che tiene insieme la memoria di una terra, di un popolo, e di un’identità che, nonostante le difficoltà, non si spezza mai. Ogni filo che si intreccia nel ricamo racconta una storia di resistenza, di cura e di trasformazione. Quando un filo si rompe, come nella vita stessa, non si perde, ma si riannoda, dando vita a un nuovo disegno, una nuova forma di resistenza che nasce dalla rottura.
Così, nel viaggio della protagonista, il filo che attraversa le montagne e sfiora i cactus solitari diventa molto più di un semplice cammino: diventa il filo che lega la sua ricerca interiore alla speranza di chi, pur nel buio delle difficoltà, non smette mai di cercare le proprie radici. Anche quando tutto sembra perduto, il filo continua a tessere, a unire, a resistere.
In questo contesto, Seguo il filo si inserisce perfettamente in un filone di letteratura araba per l’infanzia che da anni svolge un ruolo essenziale nel preservare e trasmettere la memoria storica e culturale della Palestina. Non è un semplice racconto per bambini, ma un veicolo che porta con sé il peso di una storia condivisa, un passato che, pur nelle sue cicatrici, continua a vivere nel cuore delle nuove generazioni. Il libro affronta con delicatezza temi complessi come la perdita, l’esilio e la speranza, attraverso un linguaggio simbolico, ma accessibile. La perdita non è mai vista come un fatto definitivo, ma come una parte di un processo che include la resistenza e la resilienza. L’esilio, pur portando con sé il dolore della lontananza, diventa un viaggio di riscoperta e di riappropriazione della propria identità, una continua ricerca delle radici che, pur spezzate, non svaniscono.
La speranza non è mai scontata, ma si nutre di ogni piccolo gesto, di ogni filo che si intreccia nella trama della vita, anche quando sembra che tutto sia perduto. È una speranza che si alimenta dalla forza collettiva di un popolo che non smette di raccontare la propria storia, di dare voce ai propri sogni, anche nelle circostanze più difficili.
Nel cuore di quest’albo pulsa il desiderio di preservare una cultura, di trasmettere alle nuove generazioni non solo il ricordo del passato, ma la consapevolezza che la memoria è la radice da cui può nascere il futuro. Questo tipo di letteratura non solo offre ai bambini gli strumenti per comprendere il passato, ma li invita anche a partecipare attivamente alla costruzione di una narrazione che è viva, che resiste, e che, attraverso le loro mani, continuerà a camminare nel tempo. Il libro non è solo una finestra sul passato della Palestina, ma diventa un potente strumento di resistenza culturale, un faro che guida le nuove generazioni a non dimenticare, a non spezzare il filo che lega la loro identità alla terra e alla storia, a quel tatreez invisibile che, nonostante tutto, continua a ricamare il futuro.
Le illustrazioni in acrilico e pastelli di Haya Halaw sono un sogno da cui non ci si sveglia mai. Ogni dettaglio visivo è un sussurro: la maschera da uccello migratore, il cuore in gabbia, le chiavi che ci riportano alla Nakba, alla catastrofe del 1948 che continua a ripetersi in Palestina. Oggetti che raccontano di un’esistenza frammentata, di una condizione di perdita e speranza, in un delicato equilibrio tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere.


Il volume, presentato in anteprima l’8 marzo al Festival “Punti di Vista” di Roma, contiene proposte operative per docenti ed educatori, ed è ideale per attività creative ed espressive con bambini e ragazzi. La sua presentazione alla Fiera di Bologna 2025 ha rappresentato il culmine di mesi di lavoro condiviso, con Haya Halaw come finalista alla Mostra degli Illustratori, un segno tangibile di un legame che ha superato le distanze e le difficoltà.
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Il TAMER Institute for Community Education, con sede a Ramallah è molto più di una casa editrice: è un laboratorio di idee, un punto di riferimento per chi crede nel potere della cultura come strumento di cambiamento. Vincitore nel 2009 del prestigioso premio Astrid Lindgren Memorial Award per la sua audacia e perseveranza nel condurre progetti in condizioni estremamente difficili, il Tamer Institute ha saputo dare voce a storie che altrimenti sarebbero rimaste nell’ombra. La sua missione è quella di fornire ai bambini e ai giovani palestinesi le risorse per crescere in un contesto che possa favorire l’inclusività, la creatività e la consapevolezza culturale. Il legame con la tradizione letteraria palestinese e il suo continuo dialogo con altre culture sono ciò che rende l’istituto un faro luminoso nell’ambito dell’educazione e della letteratura per l’infanzia. In collaborazione con i suoi partner, Tamer sta organizzando un evento di tre giorni, che avrà luogo dal 5 al 7 ottobre ad Amman, dedicato alla letteratura araba per bambini al tempo del genocidio. Queste giornate di studio esploreranno la realtà attuale dei bambini e delle bambine, le opere letterarie prodotte sul tema nonché le attività progettate per i bambini durante i periodi di genocidio. Le giornate di studio mirano a fornire a ricercatori, professionisti e professionisti nel campo della letteratura per l’infanzia una piattaforma per un dialogo aperto, una discussione e uno scambio di conoscenze.
Haya Halaw è un’illustratrice e pittrice siriana indipendente. Ha illustrato decine di libri per bambini sia nel mondo arabo che a livello internazionale.
Ala’ Kraman, autrice palestinese, ha lasciato la sua terra natale per trasferirsi prima in Turchia e successivamente nel Regno Unito, dove tutt’ora risiede. Sta studiando per un dottorato di ricerca presso la Facoltà di Cultura e Comunicazione dell’Università di Roehampton a Londra.


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