Recensione di Barbara Benini
“Le storie delle montagne, con il passar del tempo, forse svaniscono dalla memoria di chi vi abita e di chi le ha create, uomini o donne che siano. Nella memoria delle montagne, degli alberi e dei fiumi profondi, invece con il passar del tempo si moltiplicano; forse le montagne le nascondono, ma non le smarriscono, non le abbandonano.”[1]
Così inizia questa raccolta di racconti, anzi, non lo sono, si tratta di storie, come specificato nell’introduzione da Hocine Benchina, traduttore dei testi. Alwan stesso ci ha tenuto che fossero classificate come storie, non racconti, qisas, perché i testi contenuti in questo breve volume non sono solo patrimonio dell’autore, ma sembrano scaturire dalle montagne stesse, o meglio, dalla montagna, il Monte Tahlal, da cui il nome della raccolta, una delle cime più alte dell’Arabia Saudita.
Originario di Abha, città del sud ovest del Regno, situata a un’altitudine di 2.200 m. sul livello del mare, Alwan porta le montagne nel suo cuore, nel suo DNA e lo si percepisce leggendo quest’opera, la prima tradotta in italiano, di questo autore scomparso di recente e considerato uno dei pionieri della narrativa saudita contemporanea: “la notte fa il suo ingresso nella raffinata città di Abha, simile a una nuvola scura che penetra attraverso gli alberi sulle montagne occidentali, […] Ogni sera la città festeggia con racconti narrati intorno a tavole imbandite […] Ogni casa ha le sue storie”[2].
La montagna e chi vi abita sono il filo conduttore, “all’orizzonte non v’è nient’altro che edifici impiccati sui versanti delle montagne” [3], gli abitanti con i loro usi e costumi, modi di dire e di salutare diversi da quelli in uso tra chi vive nelle grandi città, quali Gedda o la capitale Riad. Anche la natura è fondamentale nella narrazione poiché circonda gli abitanti di questi luoghi, è parte integrante delle loro vite: i fiori, le piante aromatiche con cui le ragazze si ornano i capelli, pare quasi di sentire il profumo di basilico, pandano e maggiorana i cui aromi pervadono gli ambienti. In questa zona non c’è il deserto, cui siamo abituati a pensare quando sentiamo nominare l’Arabia Saudita. Leggendo queste storie ci viene in mente il colore verde, la natura lussureggiante, uomini e donne, giovani e anziani che nei loro villaggi sono paghi di ciò che hanno, di conoscersi tutti, di aiutarsi nelle difficoltà, la sensazione di comunità è forte “laggiù nelle profondità, dove le cose non cambiano e le storie nemmeno, dove le facce di tutti sono sempre le stesse, donne e uomini, cammelli, capre e vacche non cambiano all’interno di questo grande buco circondato da montagne”[4].
Lo straniero, il medico siriano inviato dal Ministero della salute per esercitare nel piccolo ambulatorio della cittadina di Tuhama, con l’aiuto di Gaber, l’infermiere, viene accolto con profonda e generosa ospitalità, ma quanto è diversa la sua Siria, la sua Homs, e quanto è diverso il modo di parlare di questa gente di montagna “Per il volto di Dio, entra, condividi con noi il pranzo”[5], e ugualmente, nonostante la nostalgia, si sente a casa. La calma, la gentilezza di quegli abitanti lo cattura, comincia a indossare anche lui il tipico abito tradizionale saudita, il thob, e a parlare come loro, entra a far parte di quella comunità: “il paese che ti dà felicità è meglio di quello in cui sei nato”[6] gli dice un suo paziente.
Tahlal. Storie di montagna nel rapporto dei protagonisti con il luogo che li circonda, che dà loro la vita e sostentamento, ricorda molto, mutatis mutandis, le opere di Paolo Cognetti, dove da ogni pagina trasuda l’amore per la sua terra, le sue adorate montagne. Da ultimo aggiungo solo che la traduzione di Hocine Benchina è veramente sublime.
Muhammad Alwan (1950-2023) è stato uno dei più importanti autori di racconti dell’Arabia Saudita. Originario di Abha, si è laureato in letteratura araba e per lungo tempo ha lavorato al Ministero delle Comunicazioni partecipando alla redazione di numerose riviste culturali. Ha pubblicato otto raccolte di racconti.
[1] Tahlal. Storie di montagna, Muhammad Alwan, traduzione di Hocine Benchina, Almutawassit, Milano 2024, pag.13.
[2] Ivi, pag.29.
[3] Ivi, pag.45
[4] Ivi, pag.44
[5] Ivi, pag.47
[6] Ivi, pag.54


Rispondi