Recensione di Barbara Benini
L’ultima porta chiusa (Atmosphere Libri, ottobre 2024, trad. Barbara Benini[1]) della scrittrice palestinese Ibtisam Abu Miyala è un romanzo ambientato a Gerusalemme negli anni che vanno dal 1967 al 1979, potrebbe quindi essere definito un romanzo storico, ma non è solo questo. La vicenda inizia subito dopo la Guerra dei Sei Giorni, quando la protagonista, Iman, una diciassettenne, è costretta dalla madre a lasciare Amman, in Giordania, e la sua famiglia per raggiungere suo cugino, sposato “a distanza” e contro la propria volontà. La storia inizia con il viaggio avventuroso di Iman attraverso il confine, la Shari‘a «il punto da cui la gente va e viene dalla Cisgiordania»[2] insieme a un altro gruppo di palestinesi accompagnati da un passeur, il vecchio Abu Shawqi. Iman è arrabbiata e triste, ma anche spaventata perché davanti a lei c’è l’ignoto, rappresentato da un uomo che non conosce e che è suo marito e da una città, Gerusalemme, di cui ha sempre sentito parlare nei racconti della nonna, ma che non ha mai visto.
Nel corso del lungo viaggio Abu Shawqi racconterà a Iman storie di altri palestinesi, che come lei, ha dovuto accompagnare dall’altra parte, e che come lei hanno vissuto esperienze traumatiche, difficili e tristi, e in cambio il vecchio chiederà a Iman di raccontargli la sua storia, perché «la strada è lunga»[3]. Sarà durante questo periglioso viaggio che Iman incontrerà Rami, il giovanotto dalle scarpe inglesi che si farà carico della sua incolumità e il cui ricordo la conforterà lungo gli anni a venire, costituendo per Iman un rifugio “mentale”, un angolo in cui rinchiudersi nei momenti di sconforto, ma anche una speranza di felicità futura, poiché prima di lasciarsi il giovane le farà una promessa:
«Arrivederci, Iman!» le urlò, allontanandosi dal pullman.
Iman scese a terra, gli corse dietro e iniziò a chiamarlo ad alta voce. Quando Rami si voltò non sapeva cosa dirgli, allora prese il soprabito e, come a giustificarsi, gli disse: «Il tuo soprabito…»
Il ragazzo le fece un cenno con la mano, allontanandosi tra la folla.
«Tienilo tu, un giorno verrò a riprenderlo, promesso»[4].
All’arrivo a Gerusalemme, la tristezza di Iman per un po’ si affievolisce, la scoperta della città e dei suoi angoli, la Moschea di Al-Aqsa, la storia che emana da ogni poro dei suoi edifici la sopraffaranno distraendola dai suoi cupi pensieri. Il lettore passeggia per la città insieme a lei e con i suoi occhi ne scopre gli angoli, le botteghe, una città che pullula di storia, anzi di varie storie sedimentate nelle sue stradine, nei suoi edifici, nell’antica pavimentazione.
«Iman stava seguendo Afaf all’interno delle Mura, sorpresa da quanto vedeva: un minuto prima camminava per strade ampie, percorse da mezzi di trasporto moderni e adesso si trovava davanti una città completamente diversa, una città come se ne vedono nelle fiabe, dove il tempo si era fermato, colorando i muri degli edifici e le porte dei negozi. Il selciato era formato da lastre di pietra che avevano sopportato, indistintamente, i piedi di Cesare e quelli del Sultano, apparendo ogni volta sempre più levigate. Numerosi vicoli si dipanavano dalla strada principale e i negozi sembravano ricavati dagli ingressi di alti palazzi, i cui portali ad arco si mostravano orgogliosi ai passanti.
Delle anziane sedevano ai lati della strada, cercando di vendere albicocche, foglie di vite e altra merce, con sguardi che non sapevi se cercassero risposte alle loro preoccupazioni o se, al contrario, te ne volessero parlare.
La via era ingombra di carretti guidati da ragazzini, altri stavano fermi in piedi agli angoli dei vicoli, da cui proveniva una miriade di aromi, come fosse stato deciso di convogliarli tutti in quel luogo. Caffè, spezie ed erbe di ogni tipo che, con l’immaginazione, ti trasportavano in India e poi a Babilonia, ti gettavano nello Yemen per poi riportarti verso il Levante.
I negozi erano tutti decorati come se da un’eternità, tutti i giorni dell’anno, fosse sempre la ‘Id. Alle vetrine erano appese croci accanto a mezzelune, biglietti di auguri che mostravano l’immagine di una moschea accanto a quelli con il disegno di una chiesa; molti negozi vendevano riproduzioni di una carovana di cammelli fatta con il legno d’ulivo di Terra Santa»[5].
Tuttavia l’amore di Iman per Gerusalemme, che nasce sin da subito, non riesce a cancellare la sensazione di essere stata “venduta”, venduta dalla madre per preservare l’eredità di famiglia, ovvero la proprietà della casa del nonno Hassan, situata all’interno delle antiche mura della Città Santa.
Il romanzo esplora il tema dell’oppressione, del sacrificio, ma anche della resilienza. Iman, nonostante le difficoltà, troverà la forza di affrontare le sfide che la vita le pone davanti: perché preservare la casa di famiglia, a tutti i costi, e costi quel che costi, diventerà per lei ragione di vita soprattutto quando le autorità ebraiche cacceranno lei e la sua famiglia proprio da quella casa per la quale ha dovuto lasciare Amman, la madre e le sorelle. Gli eventi storici in cui Iman si trova coinvolta e l’incontro con Rami, l’amore, la rendono più forte e capace di superare le difficoltà giorno dopo giorno, anno dopo anno.
La narrazione di Abu Miyala è ricca di dettagli storici e culturali, che offrono al lettore una profonda comprensione del contesto in cui si svolge la storia. La descrizione di Gerusalemme e delle sue antiche mura è particolarmente evocativa, rendendo la città quasi un personaggio a sé stante nel romanzo.
La profondità dei personaggi, autentici nelle loro contraddizioni, e la rappresentazione della vita a Gerusalemme durante quel periodo storico, attenuano molti dei drammi descritti nella vicenda, dove i personaggi femminili rappresentati a tutto tondo, forniscono un esempio di cosa significhi vivere sotto occupazione, anche se all’epoca c’era ancora una speranza di giustizia.
Lo stile di scrittura di Abu Miyala, intenso e delicato, ricco di citazioni tratte dal folclore palestinese, è capace di trasportare il lettore in un viaggio emotivo attraverso paesaggi fisici e psicologici, di un periodo storico estremamente significativo.
L’ultima porta chiusa è un’opera che offre uno sguardo intenso e commovente sulla vita di una giovane donna palestinese durante un periodo tumultuoso della storia. La forza e la resilienza di Iman sono un tributo alla capacità umana di superare le avversità. La storia di Iman riflette non solo le lotte personali della protagonista, ma anche le dinamiche sociali e patriarcali che schiacciano molte donne.
L’ultima porta chiusa è un romanzo molto potente e significativo, dove la capacità dell’autrice di intrecciare dettagli storici e culturali nella narrazione rende il libro ancora più coinvolgente e autentico.
L’ultima porta chiusa è stato pubblicato nel 2011 dal Tamer Institute di Ramallah e distribuito nella Striscia di Gaza grazie ai fondi dell’Anna Lindh Foundation e del Sida (Swedish International Development Cooperation Agency).

Ibtisam Abu Miyala è una scrittrice palestinese di Khalil (Hebron), nata nel 1960 nella città di al-Bireh vicino Ramallah. Il suo primo romanzo Amore proibito è del 2008, successivamente ha pubblicato altri tre romanzi e un’antologia di racconti. Caratteristica delle opere di questa autrice, impegnata in prima persona nel sociale, è arricchire i suoi romanzi con un’attenta documentazione storica relativa alle vicende della Palestina e del suo popolo.
[1] https://www.ibs.it/ultima-porta-chiusa-libro-ibtisam-abu-miyala/e/9788865644515
[2] L’ultima porta chiusa, Ibtisam Abu Miyala, p.4.
[3] Ivi pag.13
[4] Ivi pag.50
[5] Ivi pagg.52-53


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