memoria, famiglia e identità nella Dubai contemporanea
Recensione di Federica Pistono
Nella narrativa araba contemporanea degli ultimi anni, le letterature del Golfo occupano uno spazio sempre più significativo, non soltanto per la crescente presenza internazionale di autori provenienti dalla Penisola arabica, ma soprattutto per la capacità di raccontare società attraversate, nell’arco di poche generazioni, da trasformazioni economiche, urbanistiche e culturali di eccezionale rapidità. In questo panorama si colloca Olfatto della scrittrice emiratina Salha Obeid, un romanzo che sceglie una prospettiva intimista e profondamente sensoriale per interrogare la memoria, l’identità femminile e, soprattutto, il peso che la storia familiare esercita sull’individuo.
L’ambientazione assume, da questo punto di vista, un’importanza fondamentale. Dubai non costituisce semplicemente lo sfondo della vicenda, ma entra nella struttura profonda del romanzo. Alla città contemporanea, immediatamente riconoscibile come emblema della modernizzazione accelerata degli Emirati, si sovrappone infatti una Dubai diversa, recuperata attraverso la memoria e la storia familiare: quella degli anni Venti del Novecento. La distanza tra questi due momenti storici permette a Obeid di costruire un rapporto complesso fra spazio, tempo e identità.
È una scelta particolarmente significativa proprio perché sottrae Dubai all’immagine più consueta attraverso cui la città viene rappresentata all’esterno: metropoli globale, luogo dell’architettura spettacolare, della ricchezza e di una modernità quasi priva di passato. Olfatto compie il movimento contrario. Scava sotto la superficie della città contemporanea per recuperarne gli strati precedenti, mostrando quanto il presente continui a essere abitato da ciò che lo ha preceduto. La trasformazione dello spazio urbano diviene così anche metafora delle trasformazioni che investono la famiglia e l’identità individuale.
In questa dialettica si inseriscono le figure femminili del romanzo e, in particolare, il rapporto tra le due protagoniste Shamma e Sherihan. La distanza temporale che le separa non impedisce che esperienze, memorie e ferite si trasmettano attraverso le generazioni. La genealogia familiare diventa quindi uno dei principali strumenti attraverso cui interrogare il presente. La modernizzazione della città non coincide necessariamente con la cancellazione delle strutture profonde che hanno regolato i rapporti familiari e sociali: il passato continua ad agire, anche quando apparentemente è scomparso.
È qui che acquista pienamente senso il titolo del romanzo. L’olfatto è probabilmente il più involontario dei sensi: un odore può restituire improvvisamente un luogo, una persona, un’esperienza che si credevano dimenticati. Obeid ne fa il principio stesso della memoria. Il passato non viene recuperato attraverso una ricostruzione ordinata e razionale, ma affiora mediante percezioni, associazioni, immagini e sensazioni corporee. La memoria, prima ancora di essere racconto, è esperienza fisica.
È proprio la qualità della scrittura a costituire uno degli aspetti più riusciti del romanzo. La prosa di Obeid è intensamente evocativa e possiede una notevole capacità di trasformare stati interiori in immagini e percezioni. Gli ambienti non vengono semplicemente descritti: vengono avvertiti. Gli odori, gli spazi chiusi, gli oggetti e le presenze assumono progressivamente una consistenza quasi materiale e contribuiscono a costruire un universo nel quale la dimensione esterna e quella psichica tendono continuamente a sovrapporsi.
Al centro di questo universo si trova una protagonista segnata da una condizione di fragilità che il romanzo esplora senza isolarla dal contesto nel quale è nata. Uno degli elementi più interessanti di Olfatto consiste infatti nella disamina delle dinamiche familiari e delle loro conseguenze psichiche. La sofferenza individuale non viene presentata come un fenomeno autonomo, ma ricondotta a una rete di rapporti, silenzi, dipendenze affettive, aspettative e memorie che precedono il singolo individuo.
La famiglia assume pertanto un carattere profondamente ambivalente. È il luogo dell’appartenenza e della continuità, ma può diventare contemporaneamente lo spazio nel quale l’identità individuale fatica a costruirsi. Ciò che accade nelle relazioni familiari viene interiorizzato e continua ad agire anche quando le circostanze esteriori sono cambiate. Le ferite passano da una generazione all’altra, talvolta senza essere nominate, e proprio questa difficoltà di nominare il dolore contribuisce alla tensione che attraversa il romanzo.
Da qui nasce anche una delle sensazioni più forti suscitate dalla lettura: la claustrofobia. Olfatto è, in molti passaggi, un romanzo nel quale sembra progressivamente mancare l’aria. Non si tratta semplicemente della presenza di ambienti chiusi, ma di una vera e propria claustrofobia psicologica. I personaggi, e soprattutto la protagonista, sembrano muoversi entro una trama di ricordi e relazioni dalla quale risulta difficile prendere le distanze.
La sensazione di soffocamento finisce per coinvolgere anche il lettore. La reiterazione delle memorie, il ritorno delle percezioni, l’insistenza sul corpo e la prossimità alla coscienza della protagonista riducono progressivamente la possibilità di uno sguardo esterno e rassicurante. In questo senso la claustrofobia non rappresenta un limite della narrazione, ma uno dei suoi risultati estetici più efficaci: la forma stessa del romanzo permette di sperimentare, almeno parzialmente, la condizione di prigionia interiore che racconta.
Particolarmente interessante è inoltre il modo in cui Obeid affronta la dimensione psichica evitando di trasformare il romanzo in un’illustrazione di categorie diagnostiche. Ciò che interessa all’autrice è piuttosto la percezione soggettiva della sofferenza: il modo in cui il trauma modifica il rapporto con il corpo, con lo spazio, con gli altri e con il proprio passato. Prima di essere spiegato, il disagio viene fatto sentire.
È anche sotto questo profilo che Olfatto trova una collocazione interessante nella narrativa araba contemporanea. Il romanzo partecipa di quella crescente attenzione per le soggettività femminili che caratterizza molta produzione recente, ma evita di ridurre la protagonista a portavoce di una generica “condizione della donna araba”. L’esperienza femminile è invece storicamente e geograficamente situata: appartiene agli Emirati, alla storia di Dubai, a una determinata genealogia familiare. Ed è proprio questa specificità a conferirle una portata più ampia.
Il rapporto fra individuo e famiglia si intreccia infatti con quello fra individuo e trasformazione sociale. La distanza fra la Dubai degli anni Venti e quella contemporanea misura un cambiamento impressionante, ma il romanzo sembra domandarsi implicitamente che cosa accada alla memoria quando i luoghi nei quali essa si è formata vengono radicalmente trasformati. Se la città cambia fino a diventare quasi irriconoscibile, il corpo e la memoria individuale finiscono per assumere la funzione di archivi di ciò che non è più visibile.
In questa prospettiva, Olfatto dialoga con una linea importante della più recente narrativa del Golfo, nella quale la modernizzazione non viene semplicemente celebrata o respinta, ma osservata attraverso le fratture che produce nella percezione del tempo, nelle relazioni tra generazioni e nelle forme dell’appartenenza. La dimensione privata diventa uno strumento attraverso cui leggere trasformazioni collettive molto più ampie.
Il risultato è un romanzo inquieto, talvolta volutamente soffocante, ma sorretto da una scrittura di notevole forza evocativa. Salha Obeid riesce soprattutto a evitare la separazione artificiosa tra storia individuale e storia collettiva: la famiglia, la città, il corpo e la memoria appartengono a uno stesso sistema di rimandi.
Alla fine della lettura resta soprattutto una sensazione fisica, coerentemente con la centralità che il romanzo attribuisce ai sensi. Olfatto lascia l’impressione di avere attraversato uno spazio chiuso, saturo di ricordi e di presenze, dal quale si esce con una percezione diversa dei personaggi e della città che li contiene. L’olfatto diventa allora la metafora più efficace di una memoria impossibile da governare completamente: qualcosa che attraversa il tempo, sopravvive alla trasformazione dei luoghi e restituisce improvvisamente ciò che si credeva scomparso.
L’autrice
Salha Obeid, nata a Sharjah nel 1988, è una scrittrice emiratina appartenente alla nuova generazione di autori degli Emirati Arabi Uniti. Ha esordito nel 2010 con la raccolta di racconti Alzheimer’s, cui sono seguite altre opere narrative. Nel 2016 una sua raccolta di racconti ha ottenuto l’Al Owais Award for Creative Writing. La sua produzione si caratterizza per l’attenzione alla memoria, alle identità femminili, alle relazioni familiari e alle trasformazioni della società emiratina.
Con Olfatto, pubblicato originariamente in arabo nel 2022 e successivamente entrato nella longlist dell’International Prize for Arabic Fiction, Obeid ha raggiunto una più ampia visibilità internazionale. La traduzione italiana di Silvia Moresi, pubblicata da emuse nel 2026, offre ora anche al pubblico italiano l’occasione di conoscere una voce che contribuisce a mostrare la vitalità e la crescente articolazione della narrativa contemporanea degli Emirati e, più in generale, delle letterature arabe del Golfo.
Salha Obeid, Olfatto, traduzione dall’arabo di Silvia Moresi, emuse, 2026, 216 pp.


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