Mahmud Darwish

Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine?

Recensione di Federica Pistono

  La Nakba, la catastrofe del 1948, segna in modo indelebile la coscienza degli intellettuali palestinesi. L’annientamento di una società, l’espulsione di un’ampia comunità dai territori di appartenenza, l’ingiustizia subita, le esperienze della diaspora e dell’esilio, sono all’origine della poesia palestinese che si diffonde dopo il 1948, attraversata dalle tematiche della nostalgia per il passato e del dolore della perdita della patria.

 Mahmud Darwish (Maḥmūd Darwīš,1941-2008), considerato da Josè Saramago uno dei maggiori poeti del Novecento, può essere ritenuto un autentico simbolo della Palestina, un portavoce della condizione del suo popolo, ma soprattutto un interprete universale dei sentimenti umani, poeta capace di fondere la tragedia del suo tempo con la tradizione lirica araba, facendo della poesia l’unica dimora dell’anima palestinese nell’assenza della patria.

 Il poeta nasce in un villaggio della Galilea, al-Birwa, e, ancora bambino, nel 1948 subisce la sorte di tante migliaia di Palestinesi, costretto ad abbandonare la propria casa e la propria terra per rifugiarsi in Libano con la famiglia. Al ritorno, dopo appena un anno, il villaggio è stato distrutto e inglobato nello Stato di Israele. Darwish sperimenta così, la condizione di profugo e “clandestino” nel proprio paese, un’esperienza destinata a ispirare tanta sua poesia.

  Il percorso biografico di Darwish è contraddistinto dalle realtà dell’esilio e dello sradicamento: dalla Palestina a Beirut, poi a Mosca, il Cairo, Tunisi e Parigi prima di far ritorno a Ramallah, ma non in Galilea. Muore a Houston, in Texas, in seguito a un intervento al cuore.

    L’esperienza poetica di Mahmud Darwish sorge dall’esigenza di raccontare la perdita dei luoghi d’origine, lo smarrimento di fronte alla sottrazione della patria e del passato, e la lacerazione di un esilio senza ritorno, una condizione imposta alla sua esperienza di individuo e a quella di tutti i Palestinesi.

  Le raccolte poetiche degli anni Sessanta, come Awrāq al-zaytūn (Foglie d’olivo, 1964), ̔ Āšiq min Filasṭīn (Un innamorato della Palestina, 1966), Āḫir al-layl (La fine della notte, 1967), si situano nell’ambito della poesia della “resistenza”, in cui emergono i temi dell’identità e dell’identificazione con la terra, negli stessi anni in cui l’autore viene arrestato per la sua attività politica.

  La produzione successiva appare segnata dall’esperienza dell’esilio ma anche da una maturazione poetica e da un ampliamento di orizzonti, dovuti anche alle influenze della poesia araba e occidentale, con un notevole sviluppo del ricorso alla metafora. Durante la guerra civile libanese, Darwish compone A ̔ rās (Nozze, 1977), in cui appare il poema Aḥmad al-Za ̔ tar, dedicato ai martiri del massacro del campo profughi di Tell al- Za̔ tar.

  Le raccolte poetiche degli anni Ottanta, come Madīḥ al-ẓill al-̔ ālī (Elogio dell’ombra alta, 1983), raccontano la realtà della Palestina con linguaggio universale. L’esilio palestinese è l’esilio di tanti popoli che hanno un’importante sfida da accettare: lasciar dialogare le diversità e considerarle ricchezza.

  A Parigi, nel 1986, il poeta pubblica Ward aqall (Meno rose), raccolta incentrata sul motivo dell’esilio, e l’opera autobiografica in prosa Ḏāḫira al-nisyān (Memoria per l’oblio, 1987), in cui l’autore, attraverso il racconto dei bombardamenti di Beirut, ci introduce alla capacità, propria della parola poetica, di ricreare un mondo anche nella lontananza forzata dal proprio.  

  Negli anni Novanta, la poesia di Darwish rappresenta sempre più un viaggio nella metafora, con le raccolte Arā mā urīd (Vedo ciò che voglio, 1990), Aḥada ̔ ašara kawkaban (Undici pianeti, 1992), – il cui titolo allude al racconto biblico, presente nel Corano, di Giuseppe, odiato e bandito dai fratelli, per rappresentare il tradimento subito dai palestinesi da parte dei fratelli arabi. Il tema della memoria è esplorato nella raccolta Limādhā tarakta al-ḥiṣān waḥīdan? (Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? 1995).

  Dopo gli accordi di Oslo (1993), il poeta torna in Palestina, per vivere a Ramallah e ad Amman. Le opere pubblicate tra la fine degli anni Novanta e la metà degli anni Duemila denotano la capacità del poeta di descrivere la dimensione spirituale dell’essere umano, nel punto d’incontro tra la poesia araba e la poesia universale.  Sarīr al-gharība (Il letto della straniera, 1999) appare come una celebrazione dell’eros. In Jidāriyya (Murale, 2000), Darwish affronta il mistero della morte. La dicotomia vita-morte è indagata da tre angolazioni: il rapporto del poeta con la donna, con il linguaggio e con la storia, in un susseguirsi di immagini e riferimenti religiosi, mitologici, letterari e filosofici. Ḥālat ḥiṣār (Stato d’assedio, 2002) è una meditazione lirica sull’assedio israeliano di Ramallah durante la seconda Intifada. Le ultime raccolte, Lā ta ̔ dhir ̔ammā fa̔ alta (Non scusarti per quel che hai fatto, 2004) e Ka-zahr al-lawz aw ab̔ ad (Come fiori di mandorlo o più lontano, 2005), contengono meditazioni sul crepuscolo della vita e sul dissolversi della memoria e riflessioni sulla poesia. 

  Nell’ultima produzione poetica, Darwish si fa interprete della sofferenza dell’intera umanità, si interroga sul significato della poesia, della vita, della morte, con cui il poeta dialoga al fine di esaltare la vita. Il dolore indagato dal poeta non è più soltanto quello dei Palestinesi, ma è quello di tutti gli oppressi, come gli Indiani d’America e tutti quelli che sperimentano l’ingiustizia, gli stenti, l’esilio. Per questo Darwish è poeta del mondo.

   Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine?

  Perché hai lasciato il cavallo / alla sua solitudine, padre?

  Perché ci sia vita nella casa, figliolo. / Le case muoiono / se chi le abita / va via.

  La raccolta poetica del 1995 era stata pubblicata per la prima volta in lingua italiana nel 2001, per la casa editrice San Marco dei Giustiniani, nella traduzione di Lucy Ladikoff Guasto. È tornata nelle librerie italiane nel 2024, nella traduzione rivista dalla stessa Lucy Ladikoff Guasto, per le Edizioni degli animali.  La nuova edizione si caratterizza per la cura editoriale, per la bellezza della traduzione, per l’ampliamento dell’introduzione da parte della traduttrice e curatrice dell’opera, palestinese di Gaza. 

  Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? è una raccolta che è stata definita dallo stesso Darwish come “un’autobiografia poetica”[1]. La silloge si presenta al tempo stesso come un’autobiografia intima e una memoria collettiva del popolo palestinese, come poesia del mito e della storia, dell’esilio e del tempo sospeso, di un’identità legata tanto al popolo sfollato quanto alla ricchezza della lingua araba. Dai versi emergono scorci storici e domande esistenziali, echi del dolore di una comunità separata dalla propria terra, riflessioni sul destino umano.

  Come in tutta la produzione di Darwish, la poesia è ricerca del significato del presente, attraverso il tentativo di ricostruire il passato, sulla base dell’esperienza dell’esilio e dello sradicamento.

  Il motivo centrale della raccolta è dunque quello della memoria, la rievocazione del tempo perduto e dell’infanzia, il ricordo della fuga della famiglia verso il Libano, di notte, inseguita dalle pallottole, e del ritorno clandestino del poeta in Palestina, per approdare alla condizione di “ospite illegale”, di presente-assente. L’immagine del “passato che non passa, ma non torna”, per richiamarsi a un’espressione cara al poeta, si collega così alla dicotomia presenza-assenza, che attraversa tutta la produzione di Darwish. L’opera, infatti, è dedicata proprio agli assenti: il nonno Husayn, la nonna Aminah, il padre Salim; la sola ancora presente è la madre Huriyya.

  Come osserva Simone Sibilio[2]  la raccolta è forse, fra le opere di Darwish, “quella che più di tutte racchiude i topoi”, i motivi ricorrenti esplorati dai poeti della Nakba: la casa che non esiste più, il villaggio cancellato dalla carta geografica, l’esilio, il trauma dell’espulsione, la nostalgia, il desiderio struggente del ritorno, l’ambiguità della memoria che inganna l’esule: all’immagine idilliaca del paesaggio amato non corrisponde la possibilità di un ritorno, perché non si può rientrare in un luogo che è stato raso al suolo.  

  La paura di veder annientata la propria storia induce il poeta a rammentare il passato, a “riaprire il registro dell’assenza”[3]. Tornano così alla memoria le immagini dei familiari e le visioni della patria perduta, anche se i ricordi bloccano l’esule nel passato, impedendogli di vivere appieno il presente. 

  In questa raccolta, il poeta ci consegna infinite immagini dell’esodo e delle peregrinazioni, fra le quali spicca, nitido e vivido, il ritratto dei genitori: il padre è raffigurato in diverse liriche, che ci rimandano l’immagine del capofamiglia che conduce i suoi cari verso l’orizzonte ignoto dell’espatrio. 

  La figura paterna è dipinta come quella di “un padre assediante”[4], un padre ambivalente, capace di riassumere in sé tutti i valori, quelli positivi ma anche quelli negativi, come il peso soffocante delle tradizioni. Nella lirica Laylat al-būm (La notte del gufo), il padre è rappresentato come un uomo “tribolato”, che “ha fatto portare a me il peso della sua storia”. Darwish appartiene infatti a quella generazione di Palestinesi che addossa alla generazione dei padri la colpa di non aver saputo salvare la patria, di averla consegnata all’occupante senza un’adeguata difesa. L’immagine paterna è inserita in un “presente senza tempo” e “senza luogo” carico di ambiguità.

  La figura del padre torna in Abad al-ṣubbār (Eternità del fico d’India). Mentre la famiglia fugge verso l’esilio, il figlio domanda al padre: Dove mi porti, padre? / Verso il vento, figliolo.  Il genitore non può rassicurare il bambino, che chiede ancora di conoscere il motivo dell’abbandono del cavallo alla sua solitudine. In quel verso, leggiamo tutta l’angoscia del viaggio senza meta dei profughi.

  Anche la figura materna è rievocata in diverse liriche, a partire da Arà shabaḥī qādiman min ba̔ īd (Vedo la mia ombra che viene da lontano), la poesia che apre il volume, in cui il poeta “cerca di vedersi al di là del tempo e dello spazio”[5].

Come la finestra di casa / mi apro su quello che voglio. / Mi apro sulla mia immagine che fugge da se stessa / verso la scala di pietra / e porta la sciarpa di mia madre / e sbatte nel vento: / che accadrebbe se tornassi bambino? / E se tornassi da te? / E se tu tornassi da me? 

  I versi fermano il tempo e lo rendono immobile, con la figura della madre che ha il potere di allontanare l’opacità del presente, con le immagini della devastazione e della perdita della terra. La madre ha dunque il compito di esorcizzare la tristezza e l’oblio.

  Il poeta aveva già reso omaggio alla madre in una delle sue poesie più famose, Ilà ummī (A mia madre):

  Mi manca il pane di mia madre / il suo caffè / la sua carezza… / Che cresce con la mia infanzia / giorno dopo giorno / Amo la vita / Perché se morissi /Non sopporterei il pianto di mia madre (…)[6].

  In questa lirica, il motivo della nostalgia si collega ai temi dell’esilio, della prigionia, del desiderio del ritorno all’infanzia. Nella figura della madre si è cercato di vedere una metafora della Palestina, anche se il poeta ha sempre assicurato che si trattasse esclusivamente della propria madre. La poesia è dunque il canto di un esule, ma il ritratto materno è ritagliato soltanto a partire dai segni oggettivi della sua presenza nel ricordo del poeta, con il riferimento sia a motivi concreti – il pane, il caffè, lo scialle -sia a elementi tratti dalla sfera del sentimento – la carezza, la vita, la morte.

  Nella raccolta, la figura materna torna in Ta̔ llīm Ḥuriyya (Le lezioni di Huriyya). Anche questa volta il poeta ci consegna un ritratto materno velato di malinconia:

  Ho pensato un giorno di partire. Un cardellino / si posò nella sua mano e si addormentò. / Bastava una fuggevole carezza / a un tralcio di vigna, e lei sapeva / che la mia coppa era piena. / Bastava che andassi presto a dormire / perché lei vedesse il mio sogno e prolungasse / la notte per vegliarlo. / Bastava che arrivasse una mia lettera, / e lei sapeva che il mio indirizzo era ormai / in via della galera, / e che ruotavano i miei giorni / intorno e davanti a lei. 

  In questa immagine la madre è raffigurata come la custode non solo della memoria del poeta, di cui occupa la posizione centrale, ma anche dei suoi sogni e dei suoi pensieri più reconditi. Se tra madre e figlio “non c’è tempo con te per le parole / sentimentali[7], e “i nostri incontri sono sempre un addio / all’incrocio delle conversazioni”[8], sembra quasi che non vi sia neppure bisogno di discorsi, giacché la madre condivide i sentimenti e l’immaginario del figlio come se fossero i propri.

  Mia madre accende / le ultime stelle di Canaan intorno al mio specchio / e copre del suo scialle gli ultimi miei versi[9].

  La madre è la sola persona in grado di “accendere le stelle del poeta”, di attivare il flusso delle reminiscenze.

  Anche il villaggio natale del poeta è rivisitato con gli occhi della memoria, riportato alla vita dai versi della lirica Īlà akhirī wa īlà akhirihi (Sino alla mia fine e alla sua). Il poeta rivede il villaggio distrutto attraverso il ricordo, per ricollocarlo nella sfera di appartenenza palestinese, in un tentativo di rifuggire dalle trasformazioni del territorio imposte dall’occupazione. Da un lato, il poeta vorrebbe restituire alla vita il villaggio, rendendolo immortale nella memoria; dall’altro, sa perfettamente che il luogo non esiste più. Dalla frattura tra passato e presente, tra rievocazione e realtà, scaturisce lo strazio dell’animo del poeta, che affiora nella descrizione dettagliata del paesaggio.

  La raccolta è ricca di simboli della patria, presenti in tutta la letteratura palestinese.

  La prima immagine emblematica è quella del cavallo, simbolo tanto della cultura contadina quanto di quella beduina. Come nota Simone Sibilio, “i cavalli come gli uccelli sono poderosi simboli della memoria, evocati per rafforzare il sentimento identitario”[10]. L’immagine del cavallo abbandonato si riconnette intimamente al tema dell’assenza, della lontananza.

  La descrizione della natura, motivo ricorrente della poesia araba fin dall’epoca preislamica, offre al poeta l’occasione di introdurre i simboli della terra, utilizzati come marcatori della presenza palestinese sul territorio. Gli alberi, come l’olivo, l’arancio, il melograno, l’albicocco, assumono così valore metaforico. La stessa funzione è svolta da altri elementi del paesaggio naturale, come l’erba, le pietre, i cespugli.

  Anche il fico d’India, sulle cui spine gli Inglesi misero in croce tuo padre per due notti intere,[11] ha valenza profondamente evocativa: il cactus, in arabo al-ṣubbār, è un’altra immagine della terra.

  Anche il tema del viaggio ha origine nella poesia preislamica, ma ora non è più occasione di orgoglio per le proprie imprese eroiche, come accadeva al cavaliere del deserto, protagonista della poesia araba preislamica. L’esodo dalla terra palestinese conduce verso un destino oscuro, quello del profugo, così come la tenda non richiama più alla mente l’accampamento beduino ma la condizione tragica degli sfollati.

  Polifonici e carichi di collegamenti intertestuali, i versi rimandano al lettore migliaia di immagini e in essi riecheggiano migliaia di messaggi.  

  Un’ultima considerazione s’impone: le immagini più recenti della Striscia di Gaza confermano l’attualità del dramma palestinese e ci rammentano come la Nakba non sia un episodio relegato nel passato ma, piuttosto, una sofferenza iniziata nel 1948 e non ancora conclusa. Per questo, oggi, leggere i versi di Darwish è più che mai doveroso.


[1] Mahmoud Darwich, La Palestine comme métaphore, Paris, Sindbad, Actes Sud, 1997 (in italiano, Oltre l’ultimo cielo. La Palestina come metafora, Milano, Epoché, 2007), p. 118.

[2] Simone Sibilio, Nakba. La memoria letteraria della catastrofe palestinese, Roma, Edizioni Q, 2013.

[3] Mahmoud Darwich, La Palestine comme métaphore, op. cit., p. 45.

[4] Lucy Ladikoff Guasto, Itinerario umano e poetico di Mahmud Darwish, in M. Darwish, Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? Milano, Edizioni degli animali, 2024, p. 28.

[5] Ivi, p. 27.

[6] Cfr. Francesca Maria Corrao, In un mondo senza cielo. Antologia della poesia palestinese, Firenze, Giunti, 2007, pp. 34-35.

[7] Mahmud Darwish, Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? Milano, Edizioni degli animali, 2024, pp. 141.

[8] Ivi, p.143.

[9] Ivi, p.145.

[10] Simone Sibilio, op. cit., p. 154.

[11] Mahmud Darwish, op. cit., p. 75.

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