Piccolo sole

Un racconto di Zakariyya Tamer

 Traduzione di Federica Pistono

Abu Fahd stava tornando a casa. Camminava a passo lento, barcollando un poco nel vicolo stretto, tortuoso, rischiarato da lampade che diffondevano una pallide luce gialla.

  Il silenzio che regnava intorno a lui opprimeva Abu Fahd, che cominciò a cantare, con voce bassa e cantilenante: 

  «Povero me! Come sono ridotto…»

  Immaginò che la sua voce rauca fosse, in realtà, colma di una dolcezza squisita, così disse a se stesso, a voce alta:

  «Sono un vero cantante».

  Indossava ampi pantaloni grigi, e una vecchia cintura gialla gli circondava la vita.

  Quando raggiunse un arco sotto il quale le tenebre erano più forti della luce, si stupì nel vedere un agnello nero, ritto contro il muro. Aprì la bocca per lo stupore e disse a se stesso:

  «Non sono ubriaco. Guarda bene, uomo! Che cosa vedi? Un agnello. Dove sarà il suo padrone?»

  Si guardò intorno ma non trovò nessuno, il vicolo era completamente deserto.  Fissò l’agnello e disse a se stesso:

  «Sono forse ubriaco?»

  Rise debolmente, poi si rivolse di nuovo a se stesso:

  «Dio è generoso, sapeva che Abu Fahd e Umm Fahd non mangiano carne da una settimana».

  Abu Fahd si accostò all’agnello e cercò di costringerlo a muoversi spingendolo in avanti, ma quello rifiutò di spostarsi. L’uomo lo afferrò per le piccole corna, tentando di trascinarlo via, ma l’animale rimase come pietrificato, incollato al muro. Abu Fahd lo fissò, furioso, poi gli disse:

  «Ti porterò via, e anche tuo padre e tua madre con te».

  Abu Fahd prese l’agnello, lo sollevò e se lo caricò sulle spalle, tenendo ben strette le zampe anteriori nelle mani, poi riprese il cammino cantando. La sua gioiosa esaltazione si era centuplicata.  Poco dopo, però, interruppe il canto, giacché si era reso conto che l’agnello era cresciuto di peso e dimensioni.

  All’improvviso, udì una voce che diceva: «Lasciami andare!»

  Abu Fahd aggrottò la fronte, pensando: «Che Dio maledica l’ubriachezza!»

  Dopo qualche minuto, udì nuovamente la voce:

  «Lasciami andare…Non sono un agnello!»

  Abu Fahd rabbrividì, il terrore lo spinse a stringersi all’agnello. Smise di camminare.

  La voce parlò ancora:

  «Sono il figlio del Re dei Jinn. Lasciami andare e ti darò tutto ciò che desideri».

  Abu Fahd non rispose, continuò la marcia a passo veloce, ma la voce aggiunse:

  «Ti darò sette giare colme d’oro».

  Abu Fahd immaginò di udire il tintinnio dei pezzi d’oro, che venivano giù da qualche punto, lì vicino, e si gettò a terra. L’agnello scivolò via, si voltò, mentre lui quasi gridava:

  «Dammele!»

  Si ritrovò solo nel lungo vicolo stretto. Non vide traccia dell’agnello, restò al suo posto, spaventato, per qualche minuto, poi riprese il cammino di buon passo. Arrivato a casa, svegliò sua moglie, Umm Fahd, e le raccontò l’accaduto.

  «Vieni a dormire, sei ubriaco», disse la moglie.

  «Ho bevuto soltanto tre bicchieri».

  «Sei già sbronzo dopo un solo bicchiere».

  Abu Fahd si sentì offeso e, in tono di sfida, rispose:

  «Non sarei brillo neppure se avessi bevuto un intero barile di araq».

  Umm Fahd non pronunciò una parola, ma le tornarono in mente le storie che, fin da bambina, aveva sentito raccontare sui Jinn e i loro passatempi.

  Abu Fahd si tolse i vestiti, spense la luce, infine s’infilò nel letto accanto a sua moglie, tirandosi le coperte fino al mento.

  D’un tratto, Umm Fahd disse:

  «Non avresti dovuto lasciar andare l’agnello prima che ti consegnasse l’oro».

  Abu Fahd non replicò, ma Umm Fahd continuò, infervorata:

  «Domani, dovrai tornare sul posto. Prenderai l’agnello e non lo lascerai andare».

  Abu Fahd sbadigliò, stanco e triste.  Annoiato, domandò:

  «E come farò a ritrovarlo?»

  «Lo ritroverai di certo sotto l’arco. Portalo a casa, non lo lasceremo andare se non dopo che ci avrà dato l’oro».

  «Non lo troverò più».

  «Di giorno, i Jinn vivono sotto terra. Quando scende la notte, salgono in superficie per divertirsi fino all’alba. Se amano un posto particolare, vi tornano continuamente. Troverai l’agnello sotto l’arco».

  Abu Fahd allungò la mano al petto di lei, la insinuò tra i seni, l’abbandonò senza più muoverla e disse:

  «Diventeremo ricchi».

  «Compreremo una casa».

  «Una casa con il giardino».

  «E compreremo una radio».

  «Una radio grande».

  «E una lavatrice».

  «Una lavatrice».

  «Non mangeremo più grano macinato».

  «Mangeremo pane bianco».

  Umm Fahd rideva come una bambina, mentre Abu Fahd continuava a ripetere:

  «Ti comprerò un vestito rosso».

  «Uno solo?», bisbigliò lei, in tono di rimprovero.    

  «Ti comprerò cento vestiti».

  Abu Fahd tacque per qualche minuto, poi le domandò:

  «Quando partorirai, esattamente?»

  «Fra tre mesi».

  «Sarà un maschio».

  «Non soffrirà come abbiamo sofferto noi».

  «Non patirà la fame».

  «Avrà bei vestiti puliti».

  «Non dovrà cercare lavoro».

  «Studierà, andrà a scuola».

  «Non dovrà pagare la pigione a un padrone di casa».

  «Diventerà medico, quando sarà grande».

  «Preferirei che diventasse avvocato».

  «Allora gli domanderemo: vuoi diventare medico o avvocato?»

  La moglie s’incollò a lui con dolcezza, domandandogli astutamente:

  «Non sposerai per caso un’altra donna?»

  Lui le mordicchiò un orecchio.

  «Perché mai dovrei risposarmi? Sei la donna migliore del mondo».

  Scese il silenzio, mentre una gioia immensa, tranquilla, li sommergeva. Poco dopo, però, Abu Fahd scostò le coperte con un gesto brusco.  Umm Fahd domandò:

  «Che cos’hai?»

  «Andrò adesso».

  «Dove?»

  «A prendere l’agnello».

  «Aspetta domani sera. Dormi, ora».

  Ma lui lasciò il letto in fretta, accese il lampadario del soffitto e cominciò a vestirsi.

  «Forse non lo troverai».

  «Lo troverò».

  Mentre lo aiutava ad allacciare la cintura gialla intorno alla vita, Umm Fahd gli disse:

  «Fa’ attenzione a non lasciarlo andare».

  Abu Fahd si sentiva sul punto di intraprendere un’avventura pericolosa. Forse avrebbe avuto bisogno di un pugnale.  Ne prese uno, la cui lama ricurva luccicava opaca.  

  Uscito di casa, si affrettò ad arrivare sotto l’arco.

  Fu sopraffatto dalla delusione, quando non trovò l’agnello. Il vicolo era deserto, le luci alle finestre della case, sparse sui due lati, erano spente.

  Abu Fahd attese immobile, la schiena appoggiata al muro. Poco dopo, gli parve di udire qualcuno avvicinarsi: non tardò, infatti, ad apparire un ubriaco, che barcollava sorreggendosi alle pareti del vicolo, gridando con voce impastata:

  «Ah! Sono un uomo!»

  Quando fu vicino ad Abu Fahd, si fermò, sgranò gli occhi per la sorpresa e biascicò, tutto contento:

  «Che ci fai tu qui?»

  «Vattene».

  L’ubriaco aggrottò la fonte, riflettendo, poi il suo viso s’illuminò di gioia:

  «Per Dio, le donne piacciono anche a me. Stai aspettando che il marito si addormenti e la moglie ti apra la porta?»

  Abu Fahd era irritato. Sentiva l’esasperazione aumentare, mentre l’ubriaco continuava a cianciare:

  «È bella, la donna?»

  «Quale donna?», ribatté stizzito Abu Fahd.

  «Quella che stai aspettando».

  «Vattene».

  La rabbia di Abu Fahd si fece più intensa, temendo che l’agnello non si mostrasse, a causa della presenza dell’ubriaco. Gli disse brutalmente:

  «Vattene per la tua strada, se non vuoi che ti spacchi la testa».

  L’ubriaco ruttò e, intono stupito, rispose:

  «Mi dai degli ordini? Chi credi di essere?»

  Tacque un attimo, quindi riprese:

  «Vieni a spaccarmi la testa, coraggio!»

  «Va’ via, lasciami in pace. Non voglio romperti la testa».

  Ma l’ubriaco insisté, sdegnato:

  «No, no. Vieni a spaccarmi la testa».

  Indietreggiò di qualche passo, esclamando allegramente:

  «Ti ridurrò a un colabrodo!»

  Mise la mano nella tasca ei calzoni e ne trasse un lungo rasoio affilato. Abu Fahd si affrettò a porre mano alla cintura sguainando il pugnale, mentre l’ubriaco si accostava, attento e veloce.

  Abu Fahd alzò il pugnale, lo calò giù, ma l’ubriaco scartò a sinistra con una mossa fulminea, evitando il colpo, e affondò il rasoio nel petto di Abu Fahd, gridando: «Prendi!»

  Estrasse il rasoio dalla carne, arretrando un poco.

  Abu Fahd si appoggiò al muro polveroso, sollevò di nuovo il pugnale, ma il rasoio dell’ubriaco lo colpì ancora al petto, lo ferì una terza volta alla spalla destra e subito il braccio si piegò, inerte. Il pugnale gli scivolò dalle dita e cadde a terra.

  Girandogli intorno, l’ubriaco urlava:

  «Prendi questo…e questo!»

  Pugnalato alla cintola, Abu Fahd sentì le ginocchia cedere. Cercò di restare saldo in piedi, ma il rasoio dava la caccia alla sua carne, straziandola e lacerandola senza tregua.

  L’ubriaco gli squarciò il ventre, gli intestini fuoriuscirono dalla ferita. Abu Fahd li trattenne con la mano, erano caldi, palpitanti e umidi. Scivolò, cadde a terra, mentre l’ubriaco, in piedi davanti a lui, si chinò, tossì più volte, vomitò, infine si allontanò di corsa.

  Abu Fahd udì l’agnello che gli diceva:

  «Sette giare colme d’oro!»

  Venne giù una cascata d’oro, brillante come un piccolo sole. Poi la voce si spense, perdendosi sempre più lontano.    

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