Recensione di Alessandra Amorello
Edito lo scorso inverno per Feltrinelli, questo romanzo per ragazzi dell’autrice giordano-palestinese Taghreed Najjar intreccia le storie di Arwa e Leila, due donne di generazioni diverse, legate dall’amore per la Palestina e dalla ricerca delle proprie radici.
Arwa, diciottenne in bilico tra due mondi, vive un momento di grande incertezza. Cresciuta negli Stati Uniti ma di origini palestinesi, è alla ricerca della propria identità e del significato delle sue radici. La sua quotidianità prende una svolta inaspettata quando la nonna Leila, durante un pomeriggio con la cuginetta Nada, racconta un frammento del suo passato: la storia di una bambola che amava tanto quando era bambina e abitava a Giaffa, in Palestina. La curiosità di Nada si accende quando vede una vecchia fotografia in cui Leila tiene in braccio la bambola. La bambina chiede alla nonna di comprarne una simile, ma quello che sembra un semplice desiderio infantile diventa l’occasione per qualcosa di molto più grande. Leila coinvolge Arwa nella ricerca e, con grande sorpresa, la ragazza scopre su eBay proprio quella bambola, un pezzo del passato che sembra emergere dal tempo per raccontare una storia dimenticata. Questa scoperta porta Arwa a immergersi nel passato di Leila, una storia segnata dal dolore della fuga da Giaffa nel 1948, durante l’invasione della Palestina. Mentre si addentra nei ricordi della nonna e nelle ferite mai sanate della sua terra, Arwa comincia a mettere insieme i pezzi della sua stessa identità. La ricerca della bambola si trasforma in un viaggio simbolico e reale alla riscoperta delle sue radici, un’occasione per comprendere il legame profondo tra la sua storia personale e quella del popolo palestinese.
La storia di Leila si dispiega sullo sfondo delle vicende accadute a Giaffa, un tempo una delle zone più fertili e popolate della Palestina, oggi cittadina inglobata nell’area urbana di Tel Aviv. Qui venivano coltivate ed esportate arance in tutto il mondo e gli aranceti fornivano occupazione non solo ai palestinesi, ma a lavoratori provenienti da altri Paesi arabi. Come ha raccontato il regista israeliano Eyal Sivan nel suo documentario Jaffa – the orange’s clockwork[1], arabi ed ebrei lavoravano pacificamente all’interno dei frutteti, poi l’arancia diventerà il simbolo dell’ideologia sionista e proprio nel 1948, quando Giaffa viene bombardata e anche Leila è costretta a fuggire, il governo israeliano confisca gli aranceti e si appropria dell’arancia di Jaffa, depositandone il marchio.
La ricerca di una bambola, lasciata indietro durante un momento cruciale e drammatico della storia familiare, è molto più di una semplice missione. Quell’oggetto perduto, apparentemente insignificante, diventa un ponte tra generazioni, che aiuta Arwa a riconnettersi con la memoria collettiva del suo popolo e ad affrontare, con una nuova consapevolezza, la complessa eredità della sua terra, segnata da conflitti ma anche da resilienza e speranza. Attraverso questa narrazione delicata e ricca di emozioni, la Najjar affronta temi universali come l’esilio, l’identità, la famiglia e la memoria, offrendo ai lettori una riflessione intensa sulla perdita e sulla resistenza, ma anche sulla possibilità di ricostruire un futuro a partire da ciò che rimane del passato.

“Di chi è questa bambola?”
Nurìt fece cenno con la mano al ragazzo e indicò Leila, che prese la bambola e la abbracciò con tenerezza. “Questa bambola è mia, e sarà di mia nipote dopo di me,” disse[2].
La narrazione utilizza il contendersi di una bambola come pretesto per addentrarsi nelle drammatiche vicende dell’occupazione della Palestina, della diaspora e della frammentazione del suo popolo, una delle più dolorose tragedie della storia contemporanea. Il romanzo si sviluppa attorno a una frase emblematica, che dà anche il titolo all’edizione originale: لمن هذه الدمية؟ (“Di chi è questa bambola?”). La domanda al centro del romanzo, così semplice eppure così densa di implicazioni, resta sospesa, invitando i lettori a riflettere sui temi trattati.
Nella traduzione italiana, come spiega la traduttrice Leila Mattar, l’editore ha scelto di eliminare la domanda originale dal titolo, optando per La bambola in conformità con una politica editoriale che esclude titoli formulati come domande. Una scelta che lascia un po’ di rammarico, poiché, come si comprenderà leggendo il libro, una possibile risposta a quella domanda costituisce il climax dell’intero romanzo.
Taghreed Najjar, considerata una pioniera della letteratura araba per l’infanzia, ha lasciato un segno profondo nel panorama editoriale dedicato ai giovani lettori. Nel 1996 ha fondato Al Salwa, una casa editrice che si distingue per l’attenzione verso la cultura araba e per la capacità di raccontare storie universali che superano i confini geografici. Autrice prolifica, Najjar ha scritto numerosi libri per bambini e ragazzi, conquistando il cuore di lettori di ogni età. Le sue opere, tradotte in diverse lingue, testimoniano il valore della diversità culturale e dell’empatia come strumenti per costruire ponti tra le comunità.
Uno dei suoi lavori più celebri è Contro corrente. Storia di una ragazza che vale 100 figli maschi, pubblicato in Italia da Giunti Editore nel 2018. Questo romanzo, che racconta la determinazione e il coraggio di una giovane protagonista in un contesto sociale complesso, ha riscosso ampio consenso internazionale, tanto da valere a Najjar il prestigioso Premio Etisalat per la letteratura per ragazzi nello stesso anno. Il libro incarna i temi centrali dell’opera dell’autrice: la valorizzazione delle donne, la lotta contro gli stereotipi e la celebrazione della forza interiore.
Grazie al suo impegno e alla qualità delle sue narrazioni, Taghreed Najjar non solo ha aperto nuove strade nella letteratura araba per ragazzi, ma ha anche contribuito a rafforzare il dialogo interculturale attraverso il potere delle storie.
[1] E. Sivan, Jaffa, the Orange’s Clockwork. Anno: 2009, Paese: Belgio, Francia, Germania, Israele, durata: 90′.
[2] T. Najjar, La bambola, Feltrinelli, Roma, 2024, pag. 142. Traduzione di L. Mattar.


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