L’occhio di Hammurabi (estratto) di Abd ElLatif Oueld Abdallah

L’occhio di Hammurabi (estratto) di Abd ElLatif Oueld Abdallah

Traduzione dall’arabo a cura di Jolanda Guardi

Titolo originale: Ayn Hamurabi

Ed. Mim/Masciliana 2020

Long list Booker Prize 2021

È un luogo senz’ombra, il sole vi penetra tutto il giorno tutto l’anno, una terra arida, secca, profonda, la cui superficie è una valle che vira dall’occidente estremo e finisce in un lago che circonda una fitta foresta. Intorno, una catena montuosa forma una cintura erosa dai venti, dove in inverno si raccolgono le nuvole che si piazzano improvvisamente davanti al sole cocente. Gli abitanti di questa regione discendono da un unico avo di cui nessuno conosce il vero nome. Alcuni fanno risalire la loro origine al profeta Muhammad stesso.

La verità è che in questo duwàr si dicono tante cose, la più importante è che l’avo è giunto in questo luogo fuggendo. E ha trovato pochi abitanti, anch’essi in fuga da un altro luogo. Si unirono solamente quando si fusero nella discendenza e fondarono insieme i due villaggi o i due duwàr, come li chiamano. Il primo si trova a oriente e il secondo a occidente. Altri affermano che l’antenato più antico aveva due figli, uno di nome Al-Harràq e l’altro Al-Majdùb. Col tempo fu evidente che delle doti degli avi possedevano la rettitudine. Dopo la loro morte le loro tombe furono poste nella zona più alta della regione per onorare le loro anime. Al-Majdùb fu sepolto in cima al monte Amjar. E Al-Harràq in cima al monte Tahaghirt. Così ogni duwàr ebbe il suo pio antenato, cui la gente si rivolgeva per questioni specifiche ponendo domande e ricevendo risposte. Gli abitanti di ogni duwàr, ogni anno, festeggiano i loro antenati in una festa chiamata “La promessa”, ma ancora oggi non sanno perché il loro antenato abbia scelto questa regione sperduta e isolata tra montagne frastagliate e gole scoscese come ultimo esilio dopo una fuga durata a lungo e una stanchezza che aveva sfinito lui e la sua famiglia dal resistere all’occupante del Nord. Dopo alcuni decenni i due villaggi si sono separati e tra loro sono sorti filo spinato e campi minati per ragioni storico-politiche verificatesi nella regione durante la prima metà del ventesimo secolo.

La gente si riproduce. Il loro numero aumenta, le loro forme cambiano. E, col tempo, la loro memoria condivisa ha cominciato a perdere forza un po’ alla volta. Le frontiere si sono radicate e con esse l’idea. La differenza li ha divisi dopo che la terra li aveva uniti. Poi è venuta la marea orientale. È apparso l’estremismo e centinaia di anime si sono raccolte nel nome della religione. La prima ferita profonda si è aperta e non si rimarginerà con facilità…

L’uomo silente

Quanto tempo è passato esattamente? Non lo so. Non mi aspetto più che il tempo abbia un qualche interesse. La mia vita è tutta una gran perdita di tempo e un peso per l’umanità. Se mi chiedessi: Cosa significa per me la vita? trarrei un profondo sospiro e ti soffierei sul volto aria calda, mi basterebbe chiudere gli occhi, poi li riaprirei di nuovo. Non perché pensi a una risposta alla tua domanda, ma perché sono stanco di attribuire significati alla vita. La mia vita non è più importante, perché ho perso tutto. Oggi sono un uomo alla fine. Tutto quel che possiedo è una sensazione di energia oscura che mi rende triste e forte allo stesso tempo. A volte provo rabbia verso le persone che dicono che la via corretta verso la verità è costellata di domande e che dobbiamo solo cercare le domande giuste; io, ora, mi trovo in mezzo a un vortice senza fine di dubbi, al punto che trovo in esso il riposo eterno fiducioso di trovarvi la morte. Anche la morte è piena di domande. E la mia testa sta per scoppiare a furia di pensare a tutto. Ciononostante ho rischiato. E ho concesso soddisfazione a me stesso, ma ora non desidero altro che morire. Ho nostalgia della morte come non mi era mai capitato prima in vita mia. Per tutta la vita sono rimasto perso e confuso tra l’essere e il non essere. Ed ecco, propendo per il non essere.

La morte richiede un passo coraggioso che l’essere umano compie per pareggiare i conti con se stesso e con il mondo. L’orologio alla parete segna le due del pomeriggio. Ma cosa significa che segna le due o l’una o le otto? La cosa per me è oscura. Sono entrato qui fuggendo dalla morte e ora penso di tornarvi di mia volontà. Sorrido ironico di me stesso, ma la cosa non piace all’ufficiale di fronte a me, che chiede serio:

– Che hai da ridere?

Siede dietro a un tavolo di metallo. A volte mi guarda, altre digita sulla macchina da scrivere; accanto a lui siede un uomo con una mascella volitiva come avvitata sul volto. Da quando mi sono rifugiato qui fuggendo dalla mia stessa gente non l’ho sentito parlare. Mi ha chiesto: Cos’hai da ridere? Tutta la mia vita è una commedia diabolica. Come non ridere, ricordando i cadaveri che ho lasciato dietro di me?! E ora chiedo giustizia al mio boia. Ciononostante ci sono altre cose di cui parlare. I lineamenti dell’ufficiale si accigliano per il mio silenzio prolungato. Poi scambia uno sguardo veloce con l’uomo dalla mascella volitiva prima di lanciarmi un’occhiata penetrante.

– Ti proporremo un accordo redditizio.

Raccoglie i documenti sul tavolo. Mi guarda serio e mi espone l’accordo: mi offrono protezione a patto che li informi su ciò che è accaduto dall’inizio fino a questo momento. Annuisco in segno di assenso. Poi i due uomini si scambiano un’occhiata di intesa. Noto che l’ufficiale – mentre si apre in un ampio sorriso di cui non conosco la ragione – ha un dente ricoperto d’oro e che la sua bocca, così come un’ala del naso. si storce verso destra. Sono esausto e provato dopo la stanchezza che mi ha colto per tutti questi giorni, spero che tutto finisca presto. Provo un dolore acuto alla spalla sinistra, i miei pantaloni sono strappati all’altezza delle ginocchia, la camicia è incollata alla schiena pe rla gran quantità di sudore. Mentre la polvere mi punge gli occhi e riempie le mie narici rendendomi difficile il respirare. In quella stanza grigia deglutisco l’aria pesante anziché respirarla. Queste pareti sorde impediscono il passaggio di refoli d’aria. L’unico sfogo è una porta di metallo pesante che ha alcuni fori verso il basso. L’ufficiale prende un foglio con la mano sinistra, vi appone numerosi timbri prima di chiedermi il mio nome. Gli comunico che vengo chiamato “Wahìd Hamràs”. Poi mi chiede di compitare il cognome, perché suona strano e ridicolo, lo capisco dalla sua espressione.

– Ha – mim – ra – alif – sin.

Vuole registrare le mie dichiarazioni. Non ho con me i miei documenti d’identità; gli dico di avere trentasei anni, di essere nato in questo duwàr, cioè Sidi Al-Majdùb. Gli dico anche di aver lasciato la regione all’inizio della giovinezza, poi di aver viaggiato in Europa per molti anni, durante i quali ho seguito studi nel campo dell’archeologia presso la Johan Wolfgang Goethe-Universität di Francoforte, laureandomi in rilievi topografici di siti archeologici. Ho lavorato direttamente come esperto topografico nell’ufficio di ricerca tedesco. Non sono più tornato nella mia città natale fino a poche settimane fa. L’ufficiale digita sulla macchina da scrivere senza sollevare il capo.

– Per chi lavori? Chi c’è dietro di te?

Sono stupito da questa domanda sorprendente. E quando gli chiedo un chiarimento, capisco dalle sue parole che sono accusato di tradimento della patria attraverso la cospirazione con organizzazioni segrete.

Invano cerco di nascondermi con il mio lavoro nella spedizione archeologica come topografo.

– Hai visitato ripetutamente la tomba e sei stato visto mentre scavavi una fossa con le tue mani in un luogo non lontano da questa. Pratichi un tipo particolare di magia?

Naturalmente non credo a queste storie. Gli spiego disperato che ho scavato tre fosse e vi ho seppellito due persone uccise selvaggiamente e ho gettato sui loro corpi la terra per sottrarli ai cani affamati. Le ultime parole sono uscite dalla mia bocca con rabbia. L’ho notato perché l’ufficiale ha sollevato il capo e ha cominciato a guardarmi con uno sguardo ottuso, come se stessi raccontando di una lite fra due ragazzini del quartiere.

– Intendi quella troia che ha lasciato la casa del marito per vivere con quel bastardo.

Le mie membra si muovono senza che io lo voglia. Mi ritrovo in piedi, inclinato verso il tavolo col viso rosso per l’afflusso di sangue e il respiro affannoso. Mi sembra che un’altra persona, non io, sia davanti a me mentre osservo e nient’altro. Sì, mi vedo in piedi urlare in faccia all’ufficiale stordito, mentre siedo a osservare con nervi saldi come se fossi due persone contemporaneamente.

– Ti devi calmare Hamràs. bene, dicci di chi è la terza fossa, o erano solo due i cadaveri?

L’ufficiale mi ha apostrofato con Hamràs, anziché Wahìd, come se godesse nell’umiliarmi. Slaccia il colletto della camicia sospirando come se una mano invisibile lo stesse strangolando. Apre un’altra cartellina dalla copertina gialla che si trova sul tavolo e contiene due fotografie di due persone diverse. Gli rispondo che la terza fossa è per un’altra persona che non ho ancora trovato. Mi conferma che sono accusato anche dell’omicidio di quei due, come aveva fatto anche un altro ufficiale nell’interrogatorio di alcuni giorni prima. Davvero non so di quanti crimini mi accuseranno prima che esca di qui. Ogni volta cade una goccia di sangue in questo duwàr il dito accusatore è puntato verso di me. Solleva entrambe le foto con le mani, tenendole con l’estremità del pollice e dell’indice. Poi le avvicina, nonostante siano molto chiare, la prima è di un vecchio sanguinante, con radi capelli grigi e sopracciglia sottili, ciò che lo caratterizza di più è la sporgenza che corona il suo naso da coniglio. La seconda è di una donna dal volto rettangolare e la pelle bianca, sebbene la fotografia sia relativamente sbiadita. Ciò che maggiormente attira l’attenzione sono il lungo collo e il naso delicato e simmetrico. Mi chiede se conosca i due. Rispondo di no. Non so cosa lo abbia ucciso e che fa virare il volto dell’ufficiale al color vinaccia. Vedo un deciso cambiamento nei lineamenti del suo volto quando si volta verso l’ufficiale silente per scambiare rapide occhiate. Poi torna a chiedermi:

– Zubayr e Aisha, conosci questi nomi?

– Sì.

L’ufficiale solleva un sopracciglio, i segni di sorpresa sono evidenti sul suo volto. Vedo l’uomo silente fissarmi con interesse. Preferisco dissipare la confusione dai loro volti, non ho bisogno di emotività, ma di porre fine a tutto questo in fretta. Chiarisco loro, dopo una breve replica, che soffro di una malattia amnesica ereditaria e che ci sono alcune cose specifiche della mia vita che non posso ricordare, non tutto, solo alcuni ricordi solamente. A questo punto mi fermo perché il mio umore non mi permette di spiegare e raccontare la mia vita, perché è come se la rivivessi e questo per me è molto doloroso. L’uomo silente posa un foglio piegato sul tavolo davanti all’ufficiale e incrocia le sue forti braccia. Mentre mi sorveglia non muove un muscolo. Vedo il sudore bagnare la sua camicia ruvida sotto le ascelle. E tuttavia continua a guardarmi con due occhi fissi come se volesse penetrare nella mia testa.

– Proviamo a rinfrescarti un po’ la memoria, dice l’ufficiale. Poi aggiunge: Nel rapporto si dice che mentre ti stavi dirigendo sulla cima del monte Amgiar per vandalizzare la tomba del nobile Sidi Al-Majdùb, portavi un piccone, ma hai negato l’accusa. Non è così?

Vedo il dente d’oro apparire attraverso la sua bocca storta. Prosegue:

– Hai sostenuto che lo ha fatto qualcun altro, non tu. Puoi spiegarci cosa è successo?

Mi agito sulla sedia. Non voglio che quel sorriso odioso si allarghi oltre sul suo viso. Sono stanco di questa stanza angusta e di questo strano odore che comincia a emanare da me. Di certo si rendono conto di quanto sia sporco. Lo spazio fra noi permette il passaggio di tutti gli odori. Mi sistemo sulla sedia rigida cercando di metter comodo il mio rigido sedere. Ho voglia di grattarmi. Controllo la mia voce per sembrare più sincero, poi lo informo di non aver nascosto nulla e che la tomba era già stata scoperchiata prima del mio arrivo.

– Quello che sappiamo, Hamràs, è che gli abitanti del duwàr si sono riuniti presso l’ingresso della caserma e vogliono vendicarsi di te, in un modo o nell’altro. Ti abbiamo concesso di entrare qui solo perché ci dicessi la verità, nient’altro. Hai capito?

Muovo lentamente il capo distogliendo lo sguardo da lui. Improvvisamente tace. Poi presenta la persona accanto a sé, che non si muove di un millimetro, come fosse una statua di bronzo.

– Puoi chiamarlo “G”, è incaricato dalle massime autorità di recuperare i pezzi rubati dal sito archeologico. Ci aiuterà a raggiungere il luogo in cui sono nascosti. In cambio chiuderemo un occhio su tutto ciò che hai commesso da quando sei arrivato in questo posto e alla fine ti libereremo. Sei d’accordo?

La verità è che non vedo nessuna differenza mentre ascolto queste ultime parole. Dopo di questo non mi importa più né della vita né della morte. Ho perso tutto ciò che possedevo di più caro. Le mie mani sono intrise di sangue e non possono far altro che porre fine alla mia vita. Ciononostante mi chiedo quale sia la ragione che li ha spinti a interessarsi dei reperti in cambio del chiudere un occhio sull’uccisione di molte persone.

Per un po’ cala il silenzio, riesco a sentire il rumore della folla all’esterno. Comincio a valutare le opzioni disponibili, ma in realtà ne vedo solo una possibile.

– Allora, cos’hai deciso?

Sento caldo tra le cosce. Chiedo il permesso di andare in bagno. Solleva il pugno, colpisce il tavolo di metallo, la stanza trema e con essa la mia vescica; percepisco che i testicoli saltano allegramente nel sacco delle urine. Si alza – noto il suo ventre fuoriuscire da sotto la ruvida camicia. La cintura è allentata sotto il peso del grasso accumulato. Cammina lentamente verso la porta di ferro, poi preme un pulsante accanto a essa. I suoi pantaloni sono incastrati tra i glutei. Non passano più di dieci secondi prima che la porta si apra su un giovane nel fiore degli anni in divisa e taglio di capelli militare. Gli ordina di accompagnarmi in bagno. Mi conduce per uno stretto passaggio a destra della porta. Passiamo per un gruppo di scrivanie da cui proviene il rumore metallico delle stampanti. Sto passando, ma nessuno mi guarda, come se fossi uno di loro, finché non arrivo alla toilette. Il giovane – gentilmente – mi permette di entrarvi da solo. Prima d’ora credevo che l’unica felicità possibile per il mio pene fosse il provare piacere durante il sesso. Ma la calma che mi coglie mentre lo svuoto dell’urina mi fa sorridere di felicità e gratitudine, anche se è una felicità di breve durata, perché torno alla stanza degli interrogatori e di nuovo al mio rigido sedile di fronte all’ufficiale e ai suoi denti gialli luccicanti e al suo sguardo penetrante che fa scorrere sul mio viso. Trova un registratore e lo mette davanti a me sul tavolo. “G” è sempre nella stessa posizione.

– Quando premo il tasto comincia a parlare.

Annuisco con un cenno del capo. Poi si rivolge a “G”, si scambiano un cenno d’intesa. “G” muove leggermente il capo i modo quasi impercettibile e l’ufficiale annuisce. Poi guarda verso di me a lungo.

Preme il tasto rosso.

Abd ElLatif Oueld Abdallah è uno scrittore algerino nato nel 1988. Ha pubblicato tre romanzi: Kharij as-saytara (Fuori controllo, romanzo di spionaggio) ha vinto il terzo premio nel 2018 Ali Ma’ashi; At-tabarruj (2019) e Ayn Hamurabi (L’occhio di Hammurabi) inserito nella Long List del Booker Prize nel 2021. Scrive articoli per Al-Quds al-arabi e Ultrasawt.

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