La candela e i labirinti di Tahar Wattar

Recensione di Antonino d’Esposito

La lettura de La candela e i labirinti (tradotto da Hocine Benchina per Jouvence nel 2019) dell’algerino Tahar Wattar (1936-2010) rappresenta una sorta di discesa agli inferi, in quei meandri dell’Algeria novecentesca così bene rappresentati dall’immagine scelta per la copertina dell’edizione italiana. Uomo impegnato in prima linea negli eventi storici della nazione, caparbio sostenitore dell’arabizzazione del paese e della lotta al francese, in questo romanzo Wattar regala al lettore un viaggio labirintico che si avvolge a spirale su se stesso per fornire dettagli storiografici, ma anche indizi interpretativi degli sviluppi politici coevi alla pubblicazione del testo, che risale al 1994, e pure, però, chiavi di lettura per eventi di un passato recente come le primavere arabe del decennio scorso.

In questo itinerario oscuro, in cui le apparizioni della luce vengono associate ora alla religione islamica, ora alla relazione amorosa, veniamo accompagnati da un essere superiore, un professore-poeta, un Virgilio senza Dante che, pur non servendosi di una narrazione in prima persona, ha la capacità di farci scendere con lui nelle intricate vie di un dedalo che non è mai lo stesso. I labirinti si nascondono dentro di noi, nella nostra lingua, nella società, nel paese, ovunque ci siano l’umano e la Storia. Proprio sul piano storico-cronologico Wattar si diverte a fare il demiurgo, srotolando i fili del passato e del presente per intesserli in un testo che fa continuamente andirivieni tra lo ieri e l’oggi. In questo balletto del tempo, lo scrittore ci mostra, senza inutili spiegazioni, eventi della storia algerina del secolo scorso dai contorni sfumati, ma che danno perfettamente la cifra del dramma che il paese ha vissuto. Popolazioni berbere dell’entroterra che lottano silenti contro l’esercito francese in un’ambientazione quasi bucolica, combattenti del Fronte di Liberazione che dalle montagne in cui si sono ritirati dirigono la vita di chi resta al villaggio o in città e poi l’ambiguità dei rapporti nei confronti dell’istruzione coloniale che forma, in francese, i futuri dirigenti di un’Algeria che già si pensa indipendente. All’interno di questo materiale magmatico, incandescente e sulfureo, la figura del professore-poeta, che assume poi anche i tratti del ginn – la figura della mitologia popolare araba, a metà tra mondo umano e divino – si erge, suo malgrado, a ponte tra l’Algeria che fu e quella che sarà. Istruito al liceo francese, fa sacrificio di qualsiasi vita personale che altrimenti gli impedirebbe di leggere, e, nel vasto appartamento vuoto destinatogli dall’istituto in cui insegna, viene travolto dalla contemporaneità della Storia quando i clacson festanti lo fanno scendere in strada nel cuore della notte e gli portano a conoscenza dell’avvento del nuovo regime, il nuovo califfato.

Egli tituba, esita, vorrebbe tornare indietro, ma poi uno dei leader della rivoluzione lo scorge, lo fa salire nella sua auto e lì comincia per lui un ulteriore labirinto. Qual è la posizione che l’intellettuale deve tenere di fronte alla Storia che viene a bussare alla sua porta per metterlo davanti alle sue responsabilità? Ritirarsi, scegliendo l’amore dell’ars gratia artis, o impegnarsi, ma in modo diverso da come intendevano l’impegno le generazioni che hanno condotto la guerra di liberazione algerina?

Wattar è scrittore, nel vero senso della parola, e non ci dà alcuna risposta a questi interrogativi; anzi, continua a suscitare nel lettore ulteriori domande. È difficile trovare in traduzione italiana un romanzo arabo che sia altrettanto potente, ricco; così sorprendete dal punto di vista narrativo, così universale pur essendo intrinsecamente legato all’Algeria e alle sue vicende.

Ancor più interessante è il finale in cui il professore-poeta subisce un processo sommario da parte di sei giudici-giustizieri. In un’atmosfera che rimanda palesemente a La panne di Friedrich Durrenmatt, in un teatro dell’assurdo – che dimostra quanto Tahar Wattar conosca profondamente la cultura europea, e francese in particolare, pur avendo passato la vita a battersi contro di essa e contro gli Algerini che in francese avevano deciso di scrivere – si consuma l’atto finale di un testo che spesso strizza l’occhio anche a un realismo magico riletto in chiave personale. Quale sarà la sorte del professore-poeta che ormai non possiamo far altro che vedere come un profeta? Tocca al lettore adesso rispondere a questa domanda prima, però, dovrà accettare di entrare nel labirinto sapendo che non sempre avrà la luce di una candela a rischiarargli il cammino.

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