Marya Kazoun e la bellezza salvatrice dell’arte

Articolo di Ici Beyrouth traduzione di Nada Skaff

È a Venezia, città in continua mutazione, dove la bellezza è tuttavia un’evidenza costante e luminosa del momento presente, che Marya Kazoun ha scelto di stabilirsi. Libano-canadese nata a Beirut, alunna del Collegio Protestante della capitale libanese, laureata in architettura d’interni all’Università Libano-Americana, nonché titolare di un master in belle arti presso la “School of Visual Arts” di New York, Marya vanta oggi decine di mostre al suo attivo, sia individuali che collettive.

Artista contemporanea multidisciplinare, crea installazioni e performance dove dipinge l’astratto. Marya riesce a combinare precario e duraturo, concreto e surreale, decadenza e bellezza, volume essenziale e spazio barocco, mistero e chiarezza, attraverso decine di materiali diversi, in una ricerca costante e coerente del senso di far parte di un mondo potentemente ricreato, straordinariamente inclusivo e benevolo.

Non è per caso che l’allora direttore delle Gallerie degli Uffizi a Firenze, Eike Schmidt, fa appello al suo talento nel 2023, per una mostra personale, nella vasta sala bianca del Palazzo Pitti.

“First Act”, un’opera a forte valenza mistica, rimane tuttavia surreale, attraverso la rappresentazione di un mondo luminoso dove le forze del bene provenienti da un aldilà incomprensibile e inedito, prevalgono sulle forze del male, simboleggiate da un esercito di locuste striscianti e scintillanti, realizzate in vetro soffiato. Per illustrare il tema dell’evento, l’energia rinnovabile, Marya ha generato un mondo nuovo ispirandosi al simbolo immutabile della natività. Si compie un sincretismo di credenze millenarie che porta alla fede in un mondo futuro purificato dalle sue scorie. La scena che si presenta all’osservatore riesce nell’impresa di imporre un universo al tempo stesso insolito e benevolo. Le creature giganti che simboleggiano i Re Magi, cucite in tessuto bianco immacolato, portano alle loro estremità dei mulini a vento. La più preziosa garanzia per il mondo futuro sarebbe quindi la potenza del vento, soffio d’aria pura che spazzerebbe via lo spazio contaminato e contrasterebbe gli effetti del consumo forsennato rappresentato dalle locuste, piaga biblica per eccellenza, vetro soffiato paralizzato dal puro soffio dei giganti bianchi. La verticalità dei Magi domina il territorio degli insetti striscianti. Il dolce e armonioso tocco evocato dal tessuto dei personaggi annulla la minaccia delle rigide creature di cristallo grigio. Un mondo soffice, incontaminato, che non manca di richiamare la bianchezza e le profondità insondabili del continente artico, trionfa sulla oscurità e l’impurità.

Il viaggio all’indietro attraverso le opere dell’artista è sorprendente. Dalle installazioni, performance, dipinti o sculture con temi surreali, nulla è indegno dell’opera, dalle ossa di carcasse di animali, ai tessuti eterogenei, fazzoletti, sacchetti di plastica squarciati o altri frammenti di vetro. Ciò che sembrerebbe irrecuperabile a prima vista è pazientemente e genialmente assemblato in un patchwork degno di un modello di alta moda, producendo tessuti, persino impalcature inaudite. Come un’epeira che tesse la sua tela con devozione, l’artista può scegliere di fondersi con essa, in un effetto di mimetismo perfetto, o di includere abilmente altri personaggi umani che prestano i loro corpi all’opera per animarla. Quest’ultima offre così un mondo parallelo governato da leggi oniriche. La tela, invece di intrappolare le prede, sembra piuttosto catturare i sogni di un mondo in cui nessuno sarebbe escluso, metafora di un universo che abbraccia l’umanità nella sua totalità.

Perché è di questa umanità che Marya Kazoun si preoccupa. L’universo dell’infanzia abita il corpo adulto di questa donna-sciamano che spinge i confini dell’impossibile nelle performance che realizza. La troviamo come operaia paziente, artigiana dalle mani fatate, tirando fili, ricamando tessuti senza bisogno di telaio. L’abbondanza e la ricchezza dell’immaginario orientale si uniscono ad un’organizzazione metodica e pragmatica degna degli spiriti nordici. È la sete della continua ricerca di un mondo parallelo che tradisce il desiderio di esorcizzare gli anni di guerra dell’infanzia. Un’immagine di volantini lanciati su Beirut da aerei nemici ritorna in modo ossessivo nel suo lavoro. Nella sua opera avviene la trasformazione delle emozioni negative in aspirazione all’amore universale. È il caso dell’installazione “Momoth” (2009) sull’isola veneziana di Sant’Elena nell’ambito della Biennale di Venezia. Del vero latte materno è offerto al pubblico in piccole sfere di vetro incise con la parola “immunità” da due personaggi che incarnano Momoth, chiamati dall’imperatore Costantino e da sua madre Santa Elena con lo scopo di salvare il loro popolo da una calamità.

L’apparizione del vetro di Murano nell’opera non è recente. Le innumerevoli sfaccettature del vetro rotto offrono mille possibili interpretazioni, adatte al messaggio multiculturale dell’artista. Moglie di Adriano Berengo, famoso imprenditore di Murano incontrato in una fiera di Beirut nel 1999, Marya può contare sul talento dei più grandi maestri vetrai della laguna. Il vetro esplode o implode, riflettendo il ghigno del mondo o rivelando le sue fratture. Un’opera premonitrice, “They were there”, parte del progetto Glasstress 2011, pietrifica l’osservatore. L’opera è stata nuovamente esposta durante Art Dubai nel 2012. Su un pavimento ricostruito pezzo per pezzo con migliaia di frammenti di vetro e di specchi, due personaggi dai corpi imprigionati in tute di acrilico si muovono come sopravvissuti o mutanti sul pavimento ricoperto di schegge. Scale a chiocciola sparsi per la scena come tronconi di acido desossiribonucleico offrono l’ascensione verso un altro mondo possibile. Mille angoli dello spettacolo di Beirut dopo l’esplosione del porto il 4 agosto 2020 sono evocati con nove anni di anticipo. Dall’oblio e dai detriti rinascerà la vita, solida quanto fragile.

Quanto cammino fatto dall’installazione-performance “Ignorant skin” (2005) dove creature, “Amos”, si staccano da un muro intessuto di fili, perle di vetro e bambù per rifugiarsi di nuovo, incapaci di fare i conti con l’atroce realtà. “Self-portrait” (2003) mette in scena le facce “oscuri” dell’autrice, magnificamente addobbata con un abito di sua creazione che ricorda il designer Alexander Mac Queen nei suoi momenti di espressività più libera, circondata da “autoritratti”, creature dalla natura incerta in vetro soffiato iniettato di materiale argentato. In “Steady breath” (2005), l’artista è di nuovo una protagonista “gotica” della sua installazione con spirali intessute che ricordano innegabilmente le sculture di Kalder.

“Where he came from”, installazione performance (2009) è una delle prime opere che si inserisce nel progetto “Glasstress” che Adriano Berengo ha fondato in omaggio all’arte di Murano, invitando artisti contemporanei di tutte le discipline, scultori, pittori o musicisti, a collaborare con i maestri vetrai dell’isola. Lanciato nel 2009, parte integrante della Biennale di Venezia, è oggi uno degli eventi principali che uniscono artigianato e creatività, mirando a rinnovare l’arte del vetro di Murano attraverso la contaminazione e il sostegno dell’arte contemporanea. Bolle di vetro fluttuano sopra l’installazione di “Where he came from”, collegate da fili invisibili. Plastica, acrilico, fazzoletti di carta sono stati impiegati per ricostruire un paesaggio con picchi immacolati disseminati di laghi alpini. Già nel 2009, in “The mountains”, Marya Kazoun aveva denunciato su tele gli orribili danni inflitti alla natura dai cambiamenti climatici.

“Memphis squad”, installazione del 2021 creata nell’ambito di Glasstress, presenta un esercito minaccioso di mantidi religiose dai violenti toni blu turchese presso il museo dell’Ermitage, a Mosca. Eretti sulle zampe posteriori, le guerriere uxoricida sono in posizione di combattimento, lanciando mille interrogativi sul destino di un mondo privo di saggezza. In “Still life”, installazione del 2022, Kazoun celebra pudicamente i funerali di questo stesso mondo disincantato. Metafora in vetro soffiato di una natura morta, una bara bianca opaca raccoglie foglie di cristallo opache o trasparenti. La mancanza di colori evoca l’assenza di sole e di vita. L’amore ha abbandonato il mondo.

Discreta, silenziosa, rispettosa, lavoratrice instancabile e volenterosa, Marya si ripiega su se stessa, esprimendo il suo pensiero intimo attraverso i molteplici universi che crea.

“Siamo eredi di un pensiero che sopravvive da milioni di anni. Siamo cercatori della verità”, fa dire alle creature pelose, “Amos”, dell’installazione “Ignorant skin” (2005). E aggiunge: “Agli occhi di Amos, saremmo i guardiani della catena e gli ambasciatori della bellezza che proviene dall’interno.”

L’unica bellezza che, innegabilmente, potrebbe salvare il mondo…

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