Ebola ’76 di Amir Tag Elsir

Recensione Sudan di Amira Kelany

L’AUTORE:

Amir Tag Elsir, nato nel 1960 in Sudan, si è poi laureato in ginecologia presso l’università di Tanta, in Egitto. Ha esercitato la professione per diversi anni in Sudan per poi trasferirsi in Qatar dove tutt’oggi vive. Ha scritto e pubblicato numerosi testi fra biografie, poesie e narrativa, di cui diversi tradotti in altre lingue, il suo primo libro tradotto in italiano è stato “Il cacciatore di larve” Finalista all’Arabic Booker Prize del 2011 e nel 2013 con “366” è stato uno dei vincitori del premio Katara per il romanzo arabo.

EBOLA ’76 di Amir Tag Elsir

Il terrore che dilagava nel quartiere non era diverso da quello che dilagava all’esterno: sette lettere che componevano ovunque la stessa parola; lo stesso odore in tutte le narici; lo stesso sapore in tutte le bocche; identico comportamento isterico. La sola differenza risiedeva nel tipo di riflessione che il terrore suscitava. Nei ceti abbienti, le considerazioni erano più profonde, più filosofiche:

Che succederebbe se l’epidemia durasse così tanto da far perdere ai nostri figli così intelligenti una anno prezioso della loro formazione”

“Quanto tempo ci vorrà prima che si occludano le vene, non potendo fare più attività fisica tutti i giorni?”

“Come ce la caveremo con il colesterolo?”

Sembrava che niente potesse combattere la paura, se non un’altra paura, ancor più grande. Arte e bellezza avevano perduto le loro prerogative, ai tempi di Ebola.

Siamo in Sudan del Sud nel 1976, Lewis Nawa, operaio tessile sposato e fedifrago, viaggia spesso in Congo per far visita alla sua amante, Ilina. Dopo l’ultimo viaggio a Kinshasa per piangere la morte della sua bella per mano di Ebola, e possiamo figuraci un vero e proprio arto a ghermire ogni singola vittima grazie alla sapiente penna dell’autore, farà ritorno a Nzara, dopo un fugace incontro amoroso con un’altra signora disponibile a concedergli le sue grazie. Chi ha ucciso Ilina? Chi sta falcidiando la popolazione congolese? Chi, gongolando e pascendo nel sangue di Lewis Nawa, arriverà nel sud del Sudan a ghermire nuovi corpi? Dire Chi ritengo sia il pronome più calzante dal momento che ciò che lascia profondamente attoniti e rapiti sin dalle prime parole di questa storia sono il sorriso beffardo e la scaltrezza di Ebola, il virus che Amir Tag Elsir dota di personalità e attitudini del tutto umane, comprimario di rilievo nell’arco dell’intera narrazione.

Tanti sono i personaggi che attorno a Lewis Nawa danno corpo a una storia che prende spunto da quella che realmente fu l’epidemia di Ebola del 1976, un musicista cieco e la sua avvenente assistente, un improbabile mago di strada dai trucchi logori come gli abiti che indossa, colleghi di Lewis Nawa, la moglie e il suo datore di lavoro, Riyyak, la cui rilettura al giorno d’oggi colorisce quasi la scrittura di Tag Elsir di tratti profetici posta l’attitudine di costui all’imprenditorialità selvaggia e al fiuto per l’affare, quasi truffaldino, scaturente dalle atterrenti necessità epidemiche.

Tornando al dipanarsi del canovaccio narrativo quello che rende questo libro agile ma arricchente allo stesso tempo è il rapporto che con Ebola instaura ogni singolo individuo, il personale risveglio sul letto di morte, l’ultima confessione del moribondo, priva di alcun freno inibitorio, come fosse ultima capricciosa beffa del Virus, dolce e amara, vera o mendace, prima di consegnarlo alle fosse comuni nelle quali oramai venivano gettati i corpi, morti o quasi, divorati dalla Belva virale.

Ed è proprio ricollegandoci a questi sproloqui farneticanti ma freddamente pungenti che possiamo notare come, in un generale delirio di stregoneria e superstizione, non esista amore, coesione, solidarietà fra i personaggi, Ebola si bea dell’orrore, si nutre della paura, mangia e cresce nel sistema circolatorio inaridito dall’egoismo e dalla diffidenza, ciascuno per sé Ebola per tutti, la cattiveria, così come il virus, non risparmia nessuno, neanche le più miti figure che Tag Elsir, con il calamaio intriso nel virus, riesce a sfigurare corpo e anima. Con il dipanarsi delle mille situazioni attraverso le quali il Virus viaggia, l’orrore e l’indifferenza che Ebola scalfisce sui corpi lo graffia sulle anime, ne fa talamo nuziale assassino e subdolo, ne popola la città, i mercati, le manifestazioni d’arte, lascia che serpeggi fra le folle ammassate fra Congo e Sudan nella speranza di poter attraversare un confine il cui guardiano altri non è che il Generale Ebola. Non è inoltre un libro manchevole di denuncia sociale, seppure sempre circoscritta a una narrazione di pura fantasia, come sottolinea l’autore stesso, ma immagini di una rimarchevole classe sociale, decontestualizzata e tutelata, in un generale clima di devastazione, morte e abbandono compaiono fra le righe di questo breve racconto quasi antropologicamente didattico, Ebola non risparmia nessuno, ma forse qualcuno è un po’ più di nessuno.

A tratti ironico, Tag Elsir ci pone, attraverso una scrittura snella e scorrevole, dinnanzi a una costante inevitabile domanda, quasi a scavare, attraverso gli artigli di Ebola, nel lettore stesso, Io cosa avrei fatto? Io cosa ho appreso? È in questo che l’attualità del romanzo, oggi, come in qualunque altro contesto storico, si colloca, hic et nunc ma parimenti durante l’epidemia di peste nera medievale. Per citare Saramago

Allora sarà difficile vivere qui, Saremmo molto fortunati se sarà solo difficile. La ragazza con gli occhiali scuri disse, La mia intenzione era buona, ma veramente, dottore, ha ragione lei, ciascuno tirerà l’acqua al proprio mulino.

Il finale di Ebola76 è quanto di più lieve, realistico, inatteso e profondo ci si sarebbe potuti aspettare da un testo di questa caratura.

Titolo: Ebola76

Autore: Amira Tag Elsir

Traduttore: Federica Pistono

Casa editrice: Atmosphere libri

Genere: Romanzo

Pagine: 144

Anno di pubblicazione: 2021

Prezzo: € 15,00

Tempo medio di lettura: 3 giorni

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