Recensione di Barbara Benini
In questi giorni ricorrono i cinquantotto anni dalla Guerra dei sei giorni – 5-10 giugno 1967 – le cui conseguenze, la perdita del Sinai, della Striscia di Gaza, Gerusalemme Est, la Cisgiordania, le alture del Golan, si ripercuotono ancora sul presente. Se l’Egitto è riuscito a farsi restituire la penisola del Sinai con gli accordi di Camp David del 1978, il resto dei territori ha visto in questi ultimi anni un lento e continuo peggioramento della situazione, che dall’assassinio di Rabin, vent’anni fa, è stata caratterizzata da un totale disinteresse da parte della comunità internazionale.
Quest’oggi 6 giugno “Il Manifesto” dedica un numero intero a Gaza, intitolato Questa è Gaza “La più feroce, organizzata, duratura operazione di sterminio di una popolazione a cui sia mai stato possibile assistere in diretta quotidiana”, si legge in prima pagina[1]. All’interno oltre alle analisi di carattere prettamente politico, si dà ampio spazio alla letteratura palestinese, a chi è ancora a Gaza e da lì scrive, ma anche a chi ha perso la vita poco dopo avere scritto.
Nonostante l’orrore quotidiano, nonostante l’assedio, gli spostamenti forzati, nonostante la difficoltà di reperire cibo e acqua potabile, distribuiti con il contagocce a una popolazione ormai allo stremo, in una Striscia di terra, Gaza, dove “si sta consumando la crisi della nostra umanità”, come ha detto Francesca Mannocchi su La Stampa qualche giorno fa, “di fronte a tutto questo, sembra che non si possa dire nulla. Eppure i palestinesi di Gaza continuano a scrivere, anche nelle circostanze più difficili. Continuano a immaginare e dare voce a un mondo diverso”[2].
Gaza. Gaza. Gaza. Gli scrittori della Palestina scrivono ancora, uscito il 30 aprile scorso per Atmosphere libri[3] con le traduzioni di A. Amorello, A. d’Esposito, J. Guardi e F. Pistono, raccoglie gli scritti di tredici autori e autrici che da Gaza continuano a scrivere, poesie e riflessioni su un quotidiano di devastante atrocità, tentando anche di immaginare un futuro.
Chi mi ascolterà raccontare la storia di Amjad[4] si chiede ripetutamente l’autore, Nasser Rabah, la morte dell’amico non è altro che l’ennesima scomparsa, perché in quella terra si perdono persone, si perdono i cari, si perdono gli arti, tutti perdono qualcosa e qualcuno. La scrittura, non tanto il posto in cui si scrive, serve “a non perdere la testa”[5].
“Ero una ragazza come tante”[6] con sogni e desideri, dice Maryam al Khateeb, immaginava un futuro per la sua “Striscia”, ma ora “Gaza si è vestita di morte”[7] e non può più sognare. E ora che Maryam si è allontanata, nessuno può comprenderla, il silenzio è il suo unico rifugio, sotto un “cielo che non è più lo stesso”[8].
Il frastuono, il rumore, il ronzio dei droni si ritrovano in molte di queste pagine, quasi a costituire il fil rouge di questo chapbook. Batool Abu Akleen indossa “le cuffie” per distrarsi, per poter scrivere tra i corridoi tra le tende e, di nuovo, la scrittura è un modo per non impazzire.
Asmaa Dwaima chiede a Dio un Miracolo[9] per Gaza e la sua gente, per i bambini che hanno perso gli arti, per le madri che hanno perso i feti, per gli uomini senza gambe, un Miracolo che riporti Gaza a essere quella di prima, viva, vitale, chiassosa e pullulante di persone. Anche Asmaa scrive, scrive come può, e se piove i pannelli solari non funzionano, la luce è fioca, ma lei scrive ugualmente “per documentare ciò che i miei occhi vedono”[10].
Husam Maaruf ricorda la sua libreria, la sensazione di frescura che suscitava in lui ogni volta che ne estraeva un libro. Ora sono lo spaesamento e i continui spostamenti a caratterizzare i suoi giorni, poiché nulla cura le ferite come la casa e in mezzo al caos e al frastuono scrivere è difficile, quasi impossibile.
Quanti giornalisti e fotografi hanno perso la vita durante questa guerra, ad oggi sono 220, nessuno li ha protetti, a nulla sono serviti gli elmetti che indossavano con la scritta PRESS, solo la morte può allontanare dalla morte stessa, scrive Heba al-Agha.
Doha Kahlout insegna l’arabo come volontaria in un campo di sfollati, tuttavia “lavorare e spostarsi sotto lo sguardo fisso della morte”[11] è difficile e scrivere lo è ancora di più.
Mahmoud Alshaer riflette sul futuro, parte della sua famiglia è in Turchia, parte in Egitto, sono sfuggiti “all’annichilimento”[12], ma il futuro è una trappola e “i ricordi del passato riaffiorano costantemente”[13]. Tutto intorno a lui è andato distrutto, si accontenta di guardare ciò che è rimasto, la speranza non lo abbandona, spera di poter risorgere, di non dimenticare chi è, il suo ruolo nella società, il ruolo di scrittore e attivista culturale.
Essam Hajjaj scrive e annota tutto sul cellulare, ciò che vede, le idee che gli saltano in mente, perché il portatile è andato distrutto durante un bombardamento, ma ha “le dita stanche di scrivere sullo schermo”[14].
Mohammad al-Zaqzouq riflette sulla forza del mare, sulla sua capacità di lavare via tutto, ma sarà in grado di lavare via questo orrore? si chiede.
Gli ultimi tre testi sono poesie di Samer Abu Hawash, Basman Eldirawi e Reem Sleem, a completare una raccolta che è un grido rivolto alle nostre coscienze addormentate sull’altra sponda del Mediterraneo.
L’invito degli autori e delle autrici è ad agire da qui, a far sentire la voce degli scrittori e delle scrittrici palestinesi, ma anche “ad agitare e sostenere”[15] perché “come ha scritto la poetessa Rasha Abdulhadi: Ovunque tu sia, se puoi gettare un po’ di sabbia negli ingranaggi del genocidio, fallo ora.”[16]
Per ciò che concerne le biografie dei tredici autori e autrici presenti nella raccolta rimando alle ultime pagine del testo stesso[17].
Un’interessante riflessione – curata da Cristina Brembilla, Luisa Franzini e Jolanda Guardi – relativa all’immagine della copertina del libro si può leggere al seguente link:
[1] Il Manifesto, venerdì 6 giugno 2025, anno LV, n.133, pag.1
[2] Gaza. Gaza. Gaza. Gli scrittori della Palestina scrivono ancora. Dall’introduzione di M. Lynx Qualey, p.9
[3] https://www.atmospherelibri.it/prodotto/gaza-gaza-gaza/
[4] Ivi pag.13 e 15.
[5] Ivi pag.19.
[6] Ivi pag.22.
[7] Ivi pag. 23.
[8] Ivi pag.29.
[9] Ivi pag.39.
[10] Ivi pag.44.
[11] Ivi pag.55.
[12] Ivi pag.57.
[13] Ivi pag.58.
[14] Ivi pag.63.
[15] Ivi pag.87
[16] Ivi pag.12
[17] Ivi pagg. 91-96

