Site icon riveArabe

Il dilemma della voce e la sfida del linguaggio

Sopra la mia testa c’è una nuvola

Di Dina Adel

Non è facile, nei romanzi a protagonista unico, fare affidamento sulla tecnica della narrazione polifonica: la molteplicità dei personaggi contribuisce infatti a decentrare il processo narrativo. Per questo la narrativa postmoderna ricorre spesso a micro-narrazioni individuali, capaci di conferire senso alle vite dei personaggi e ai loro dettagli. Ciò ci porta a riflettere sulle caratteristiche dei romanzi con un solo protagonista: molti testi appartenenti a questo genere si basano su un narratore unico, attraverso il quale lo scrittore riesce a esprimere visioni e ossessioni del protagonista. Tuttavia, questa tecnica richiede una costruzione artistica estremamente solida, affinché il racconto non scivoli nel problema del predominio della voce dell’autore a scapito dell’unica voce narrativa. La pluralità delle voci nei romanzi a protagonista unico resta dunque una sfida che mette alla prova le capacità dello scrittore, e una scommessa sulla tenuta del suo respiro narrativo nel cuore del testo.

Nel suo romanzo più recente, Sopra la mia testa c’è una nuvola , pubblicato da Dar Al-Ain all’inizio dell’anno passato,ed è stato nella short list del Premio Internazionale per Il Romanzo Arabo, la scrittrice Doaa Ibrahim adotta la tecnica della narrazione polifonica per addentrarsi nei mondi della protagonista. Ciò avviene attraverso una messa in voce indiretta di più narratori che convergono nel determinare il destino dell’eroina e quello degli altri personaggi. In punti specifici del testo, più voci si intrecciano all’interno di alcuni capitoli — talvolta nello stesso paragrafo — grazie a scene composite in cui il racconto passa, in modo implicito, dalla protagonista alla voce del corvo, e poi a “Caino”, suo compagno d’amore, di racconto e di peccato.

La lingua della protagonista varia e si evolve con l’evolversi del suo rapporto con il corvo e con Caino. La presenza del corvo, fin dalle prime pagine, fa emergere una voce arida, svuotata di spirito, riflettendosi in un linguaggio tagliente e apparentemente asciutto. Questo smarrimento si disvela gradualmente nei brevi dialoghi tra loro: gli ordini di uccidere ricevuti dal corvo lo trasformano in istigatore dei suoi crimini e in guida superiore, la cui presenza emana odore di morte — egli ordina e viene obbedito, riappare e lei torna a uccidere. Diversamente, la presenza di Caino è lieve, trasparente, fluida, e ciò si riflette nella lingua della narrazione: tutte le scene che uniscono la protagonista al suo amato, “il primo assassino, Caino”, sono intrise di dolcezza e romanticismo. Persino nei momenti in cui lo evoca in sua assenza, il racconto scorre leggero come una farfalla che si libera dal suo bozzolo verso la libertà e l’eternità.

Questa condizione linguistica differenziata contribuisce ad arricchire l’individualità del testo: attraverso il passaggio continuo tra la protagonista, il corvo e Caino — e senza che la protagonista monopolizzi la narrazione mediante lunghi monologhi — lo spirito generale del racconto si schiera a favore dell’individuo, pur nella molteplicità delle voci e nella divergenza delle loro visioni.

Le scene composite come alternativa al flashback

Nonostante l’importanza del flashback come tecnica letteraria e cinematografica per il recupero del tempo, un uso superficiale o pigro può condurre a una certa debolezza artistica. L’autrice ricorre invece a scene di grande complessità come alternativa all’uso eccessivo del flashback, conferendo al testo una qualità cinematografica, soprattutto nelle scene criminali e nella rievocazione dei momenti di dolore psicologico. Inoltre, la struttura del testo — fondata sulle tecniche della frammentazione e del differimento — preserva la suspense: l’autrice narra oltre due terzi degli eventi del romanzo in carcere, attraverso la voce della protagonista, offrendo anticipazioni su determinati eventi per poi tornarvi in capitoli successivi e svilupparne i dettagli. Questa decostruzione ordinata del racconto e la sua distribuzione nei capitoli conferiscono coesione alla narrazione, rivelando al contempo l’abilità dell’autrice nel valorizzare il proprio bagaglio cinematografico e riversarlo in un testo che difende l’estetica dell’ arte senza compromettere la densità simbolica.

Il femminismo come responsabilità sociale

Poiché l’arte, come la vita, è colma di paradossi — ma è capace di metterli a fuoco e di catturare la realtà — la letteratura resta quello spazio ampio in cui possiamo condensare il flusso assurdo dell’universo e l’arbitrarietà che permea ogni dettaglio umano. A partire dall’amore, che nel romanzo si presenta come un antagonista costante della protagonista: tutte le persone che lei ha amato o verso cui ha provato compassione vengono da lei uccise deliberatamente, mentre lo zio, che l’ha ferita intenzionalmente fin dall’infanzia, resta in vita e non diventa mai oggetto del suo desiderio di vendetta.

Se osserviamo le storie d’amore nel testo, notiamo che esse si elevano ad un livello quasi mitico: l’amore si salva dalla distruzione solo nelle relazioni impossibili. L’amico del giardino continua a cercare il corpo della moglie trascinata via dall’oceano, fino a quando la sua ultima speranza si infrange nel ritrovarla. La protagonista, dal canto suo, non conosce amore se non con “Caino”, il primo a tracciare il cammino del sangue sulla terra.

La protagonista comprende questo paradosso fin dall’infanzia e lo assume come guida nel suo confronto con il mondo. Così come l’autrice mette in luce l’assurdità del mondo, afferma anche il femminismo come una questione innanzitutto umana. E, a differenza dell’immagine stereotipata, la protagonista — pur avendo subito ogni forma di oppressione, marginalizzazione e violenza — rifiuta il ruolo della vittima: affronta la vita con uno spirito vendicativo, come un giudice ingiusto piuttosto che come una vittima. Infligge punizione a tutti e per tutti, tranne che al primo colpevole della sua vita, non per paura, ma per consapevolezza di essere diventata sua complice, anche solo attraverso il silenzio. Si presenta così — contro ogni cliché femminista — come una colpevole che non cerca equità né sogna una giustizia che finisce per sottrarre con le proprie mani. E persino quando viene punita, è incarcerata per l’unico crimine che non ha commesso.

Exit mobile version