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Il custode del tabacco di Ali Badr

 Recensione di Federica Pistono

  L’autore: Ali Bader (arabo: علي بدر) è nato nel 1969 a Baghdad. Vive attualmente a Bruxelles. Romanziere, drammaturgo, saggista, poeta e scenografo, occupa una posizione di primo piano nel panorama letterario arabo degli ultimi due decenni. Ali Bader, scrittore prolifico, grande cronista della storia irachena più recente e, globalmente, della storia araba, è una delle voci più originali della generazione degli anni Novanta. Il suo romanzo Papa Sartre, vincitore di numerosi premi letterari nel mondo arabo, è il primo ad essere stato tradotto in francese. (Il titolo è un riferimento a Jean-Paul Sartre).

Oltre a Papa Sartre, è autore del romanzo Il custode del tabacco, finalista Ipaf 2010, tradotto in inglese con il titolo The tobacco keeper (Bloomsbury Qatar Publisher, 2010) e in francese con il titolo Vies et morts de Kamal Medhat (Seuil, 2014) dei romanzi e al-Kāfira, 2015, (tradotto in italiano come L’infedele, Argo, 2019, trad. M. G. Sciortino), del 2015 e ̔ Āzif al-ġuyūm, 2016, (tradotto in italiano come Il suonatore di nuvole, Argo, 2017, trad. M. Ruocco).

  Il custode del tabacco (Ḥāris al-tabġ, 2009)

 Il romanzo ripercorre la storia dell’Iraq dagli anni ’40 attraverso la biografia di un violinista che rappresenta solo una sfaccettatura di una tripla personalità. Il testo è profondamente influenzato dalla poetica di Fernando Pessoa, ed è concepito e strutturato secondo le regole ei principi delle teorie musicali. Prendendo la musica come sua ispirazione, Ali Bader cerca di condurre un’indagine personale sulle generazioni di iracheni liberali, influenzati dalla cultura occidentale.

  Nel 2006, a Baghdad, il corpo di un famoso violinista iracheno, Kamal Medhat, viene rinvenuto sulla riva del Tigri. Tutto indica come l’artista, rapito alcune settimane prima da un gruppo armato, sia stato assassinato.  In tempi di estrema violenza, un omicidio non fa certo notizia, ma la stampa non tarda a scoprire la vera identità del musicista, Yussef Sami Saleh, un ebreo iracheno nato nel 1926, costretto, nel 1950, a emigrare in Israele, dopo essere stato privato, come la maggior parte dei suoi compatrioti di religione ebraica, della cittadinanza irachena ed espulso dal paese, ufficialmente deceduto nel 1955. Fiutando un intrigo internazionale, un’importante testata giornalistica americana invia a Baghdad un reporter iracheno (la voce narrante), incaricato di fare piena luce sulla vita e sulla morte di Kamal Medhat. Il giornalista-narratore comincia così una lunga indagine che lo conduce da Baghdad a Damasco e a Teheran, le tre capitali in cui il violista è vissuto sotto diversi nomi e differenti identità. L’artista ha, in effetti, vissuto tre vite: quella di Yussef Sami Saleh, ebreo iracheno; quella dello sciita iraniano Haydar Salman (falso nome sotto il quale il violinista si è rifugiato a Mosca, stabilito a Teheran, trasferito a Baghdad da cui è stato nuovamente espulso durante la prima Guerra del Golfo); quella del sunnita iracheno Kamal Medhat, vissuto a Damasco tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, tornato a Baghdad nel 1982, assassinato nel 2006. Durante le sue diverse vite, Yussef-Haydar-Kamal ha avuto tre mogli (l’una all’insaputa delle altre) e tre figli: un ebreo, uno sciita e un sunnita. 

  Un percorso la cui complessità e difficoltà ricalca quella del Medio Oriente, regione in cui i sussulti della storia e il ruolo delle appartenenze confessionali costringono gli individui a continue fughe, all’adozione di identità sempre diverse, a vivere nella precarietà economica e affettiva, fino a morire assassinati sulla riva di un fiume. Neppure le molteplici identità, che pure lo hanno privato tante volte di una patria, di una casa e di una famiglia, riescono a salvare Medhat dalla violenza vendicatrice e dall’omicidio.

  L’autore punta il dito, dunque, sull’attualissima questione della logica che conduce le persone all’assegnazione forzata a un’identità comunitaria e confessionale, spesso non richiesta né desiderata, che determina la sorte degli individui e dei popoli al di là della loro volontà. 

Ali Bader si affida a Pessoa e ai suoi eteronimi per descrivere le influenze del cambiamento di nome, di religione, di luogo geografico sulla personalità di uno stesso individuo. Affianca il giornalista-narratore sulle tracce del violinista, spostandosi così tra l’Iraq, l’Iran e la Siria di ieri e di oggi, ripercorrendo l’epoca del nazionalismo arabo, quella della rivoluzione iraniana, i colpi di Stato, i golpe militari, le dittature fino al caos attuale. Con le sue fughe, i suoi viaggi, i suoi incontri, le sue mogli, le sue amanti, Kamal Medhat disegna la cartografia delle metamorfosi culturali, etniche e politiche della regione. 

  Il romanzo è molto interessante, in quanto dipinge non solo un affresco grandioso degli ultimi decenni del Medio Oriente, ma anche gli effetti pratici degli eventi storici sulla vita delle persone concrete.

  L’opera, per l’estrema attualità delle questioni trattate (identità comunitaria e confessionale, desiderio o rifiuto dell’individuo di aderirvi, conseguenze tragiche in ambedue i casi), per lo stile estremamente scorrevole, per la trama intrigante, densa di mistero e di colpi di scena come quella di un thriller, si presta a due livelli di lettura, quello storico, politico ed esistenziale, e quello più semplice e immediato di un godibile noir. Si presta a essere letto facilmente tanto dagli appassionati di Medio Oriente, che apprezzeranno le ambientazioni e le accurate ricostruzioni storiche, quanto dai lettori non particolarmente interessati a quest’area del mondo.  

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