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Dormire in un campo di ciliegi di Azher Jirjees

 (Estratto del capitolo I)

Traduzione di Federica Pistono

  Se ne stava su una gamba sola, come una statua colpita da una scheggia vagante. I suoi lineamenti non erano del tutto visibili, giacché che indossava un cappello di paglia che gli scivolava sugli occhi e il mento era coperto da uno straccio bianco, macchiato di una sbiadita traccia di sangue. Era alto e magro, aveva un naso lungo che quasi gli cadeva in bocca, il mento non rasato spuntava da sotto lo straccio. Cercai di accostarmi a lui, ma mi indicò un ramo dell’arbusto di mirto cui era appoggiato, come a dire: non avvicinarti di più. Eravamo l’uno di fronte all’altro lungo un binario ferroviario deserto, l’arbusto cresceva tra le rotaie arrugginite. Nel cielo si addensavano nuvole fitte, incontrandosi e intrecciandosi sopra di noi in un baldacchino grigio, cupo e soffocante. Udii un corvo gracchiare nelle vicinanze, stormire alberi lontani. Non c’era nient’altro intorno a quel binario abbandonato, se non qualche sciame di formiche che trasportava le provviste invernali, per poi tuffarsi nelle profonde cavità nere della terra. Alla fine, si schiarì la voce e disse in tono segnato dal dolore: “Dov’è la mia tomba?” Mi avvicinai per vedere i suoi lineamenti, ma indietreggiò, lasciando dietro di sé una pozza di sangue. Il corpo presentava un ampio squarcio, dal collo all’ombelico, e i vestiti a brandelli, strappati e insanguinati, rivelavano orrende ferite alla metà inferiore della persona. L’unica gamba sembrava attaccata al bacino senza ossa pelviche, come una torre abbattuta da un violento uragano e ricostruita da una scimmia ubriaca, o un muro demolito da un missile cieco e restaurato da un vecchio zoppo. Colto da vertigini, perdetti il controllo e crollai a terra. Tentai di rialzarmi, senza riuscirvi. Disperato per non aver ottenuto risposta, mio ​​padre si allontanò. Allungai una mano verso di lui, speranzoso, in modo che potesse portarmi con sé, ma si dissolse come fumo all’orizzonte e scomparve. Il corvo si avvicinò, sbattendo le ali, afferrò il ramo secco di mirto nel becco, e lo lanciò su di me, prima di voltarsi da un’altra parte. Presi il ramo, mi appoggiai a quel pezzo di legno e mi alzai: era abbastanza solido da sostenermi. Mi avviai nella stessa direzione in cui era svanito mio padre, lontano dalla ferrovia.

  Mi svegliai all’improvviso: il caffè era traboccato e aveva spento la fiamma del fornello. Lo gettai nel lavello e mi preparai un’altra tazza. Non era la prima volta che sognavo mio padre, perché, di tanto in tanto, veniva a trovarmi, apparendomi davanti ogni volta che mi perdevo nei meandri della mia mente. Eppure, nonostante le sue frequenti visite, non aveva mai rivelato il suo volto. I suoi lineamenti erano sempre sbiaditi, il suo corpo incompleto. Una volta era venuto a trovarmi sul balcone del mio appartamento, senza testa, la voce che usciva dal buco nero del collo, e, quando avevo cercato di avvicinarmi, era svanito nel vento. Più tardi, mi era apparso in una stazione della metropolitana, diviso in due metà, una diversa dall’altra. E, una sera, l’avevo visto dormire lì vicino, sotto forma di un impasto umano senza pelle. Avevo visto molte volte mio padre, ma senza vederlo realmente. In realtà, non avevo idea di che aspetto avesse mio padre… un tempo. Non l’avevo mai visto in vita mia, né avevo mai posseduto una sua fotografia. Era stato esiliato in un limbo prima che io venissi al mondo perché, la notte del suo arresto, mia madre aveva bruciato tutti i suoi libri, le sue carte, i suoi appunti e i suoi album di fotografie. Questo è quello che mi aveva detto. Mi aveva raccontato, una notte, con voce fievole, di aver acceso il forno di mattoni di argilla, in un momento di terrore e sgomento, e bruciato tutto ciò che riguardava mio padre, qualsiasi prova della sua presenza, qualunque cosa potesse creare problemi. Mia madre aveva incendiato i ricordi di una vita intera, il fuoco li aveva ridotti in cenere grigia, e ogni traccia di mio padre era andata perduta, così come la sua esistenza era stata sprecata. Aveva fatto parte dell’opposizione di sinistra, braccato da chi era al potere. Era stato arrestato e rilasciato diverse volte. Ogni volta che usciva di prigione, aveva un dente in meno, e quindi, nonostante fosse giovane, aveva i denti finti, trattenuti da un filo di metallo, nell’arcata superiore e inferiore. L’ultima volta, però, non era tornato a casa. Girava voce che fosse morto sotto tortura; che fosse stato dato, ancora vivo, in pasto ai cani; che fosse stato ucciso e gettato nel fiume Tigri; che fosse stato sepolto, di nascosto, in qualche cimitero… Ma non ci era stato restituito il corpo, neppure un osso, nemmeno un certificato attestante la sua dipartita da questo mondo. Giunto all’età di cinque anni, mia madre mi aveva detto: “Tuo padre era un brav’uomo”. E quando le avevo domandato chi fosse quel “brav’uomo”, mi aveva preso in giro senza offrirmi ulteriori spiegazioni. 

  Mi misi a letto quando la notte era trascorsa per due terzi. Spensi la luce e mi coprii il viso con il lenzuolo, sperando in un breve pisolino, senza successo: l’immagine di mio padre, con il suo corpo spezzato, mi si era incollata alle palpebre. Il sonno era un desiderio irraggiungibile. Gettai via le coperte e andai in ufficio. Fui accolto dalla cornice vuota appesa al muro. Notai che era leggermente storta e ne spinsi con un dito l’angolo destro, fino a raddrizzarla. Dopodiché, mi sedetti al computer, cercando di scacciare il fantasma di mio padre. Vagai lungo i vicoli di Internet, errando a destra e a sinistra. Alla fine, m’imbattei in una poesia di al-Sayyab, pubblicata online in un sito che si occupava di letteratura. “Alzano la testa da migliaia di tombe / Chiamandomi, vieni. / Un richiamo che mi taglia le vene, mi scuote le punte delle ossa, disperde le ceneri del mio cuore”. Sospirai, mentre la voce malinconica di al-Sayyab continuava a echeggiare: “E mia madre dalla tomba chiama / Oh figlio mio, abbracciami / il freddo della morte è nelle mie vene / Riscalda le mie ossa con la carne delle tue braccia e del tuo petto / Copri le mie ferite…”

“Mio Dio! Perché la voce della tomba non mi lascia in pace, stanotte?”, mi domandai. Stavo per chiudere, ma poi mi ricordai di non aver controllato la posta dal sabato precedente.

 Era stata una settimana stressante e non avevo avuto il tempo di sedermi al computer e leggere la posta elettronica. Aprii la mia casella di posta e trovai alcuni messaggi senza particolare importanza. Avvisi di pagamento di bollette scadute…un invito a partecipare a un sit-in operaio per un piccolo aumento di stipendio…annunci di nuovi oggetti da comprare… Ma, alla fine, trovai un messaggio urgente che proveniva da Baghdad, datato il sabato precedente.

Ciao Said,

È saltato fuori qualcosa di importante che non può essere rinviato.

Devi tornare subito a Baghdad.

Saluti,

Abir.

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