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La carretta infame di Hussam Khadur, una raccolta siriana di racconti di prigionia

  Recensione di Federica Pistono

  Nel 2012 è pubblicata la raccolta di racconti di prigionia di Hussam Khadour (Ḥussām al-Dīn Ḫāḍūr) ʽArabat al-ḏul (La carretta dell’infamia, 2012)[1].

  L’Autore: Hussam Khadur è nato ad al-Lāḏaqiyyah (Latakiya) nel 1952. Laureato in Letteratura inglese presso l’università della sua città, ha studiato poi all’Università di Mosca, dove si è laureato in Scienze politiche.  Impiegatosi come ufficiale in una compagnia di navigazione greca, è stato arrestato con l’accusa di esportazione illegale di valuta e condannato a morte, nel 1987, per aver infranto la legge socialista. Nel 1995 la pena capitale gli viene commutata in venti anni di reclusione. L’amnistia del 2001 gli restituisce la libertà dopo quindici anni di carcere.

  La raccolta si compone di diciotto racconti brevi tutti dedicati al tema della prigionia, composti dall’autore mentre si trova in carcere in attesa dell’esecuzione della pena capitale. I racconti sono dunque ambientati in luoghi precisi e in un’epoca ben definita (le carceri siriane e gli anni Novanta) ma, come scrive l’autore stesso nella prefazione all’edizione francese dell’opera:

 «Si les textes réunis ici reflètent bel et bien la réalité de la prison syrienne à une époque historique précise, ils comportent toutefois, dans une cartaine mesure, des traites analogues à toutes les prisons du monde. Celles-ci ont pour dénominateur commun d’être des lieux où la liberté est enchaînée»[2].

  In questi racconti, l’orrore della realtà carceraria, dipinto dagli altri scrittori siriani di adab al-suğūn, risulta piuttosto attenuato, forse perché l’autore, pur appartenendo al gruppo dei prigionieri politici, sceglie di raccontare storie di detenuti comuni. Di conseguenza, pur essendo la realtà rappresentata quella di una dura prigionia, si registra una notevole lontananza dal raccapriccio insostenibile dei racconti che raffigurano la vita dei prigionieri politici, le torture cui questi ultimi vengono sottoposti. Anche i detenuti comuni subiscono la violenza del sistema penitenziario siriano, ovviamente, ma senza il tentativo dell’annichilimento fisico e morale, della disumanizzazione dell’individuo.

 I detenuti vengono frustati o picchiati quando infrangono le regole della vita carceraria, ma non torturati in modo continuo, arbitrario e sistematico. Sono umiliati, costretti ad abbaiare, a dichiarare di essere cani o altri animali, ma non tormentati con l’elettroshock o con altri sistemi aberranti. Anche quando l’autore raffigura una scena cruenta o crudele, ricorre a uno stile estremamente sobrio che smorza i toni della narrazione.  Alle rappresentazioni dell’angoscia, della disperazione, delle umiliazioni, si alternano descrizioni dai toni più lievi o scene soffuse di poesia, come avviene nel racconto breve in cui l’autore narra la visita ricevuta in carcere dalla donna amata o in quello in cui un uccellino viene ogni giorno a posarsi su un ramo per tener compagnia al prigioniero in cella di isolamento.

  I temi centrali della raccolta ruotano intorno alla claustrofobia sperimentata in cella di isolamento, alla frustrazione sessuale del prigioniero, alla perdita della privacy, all’attesa dell’esecuzione. 

  Forse proprio la perdita della privacy innesca nello scrittore il meccanismo della sopravvivenza.  Inizialmente Ḫāḍūr non riesce ad adattarsi alla promiscuità della grande cella collettiva:

«Le pire en prison était sans doute d’avoir perdu mon intimité. Personne ne peut connaître vraiment l’acuité de ce probleme si ce n’est le détenu qui se sent toujours sous le regars d’autrui, tout le temps. C’est terrible, c’est inhumain»[3].

  Questa incapacità di tollerare la cella collettiva si trasforma, in un secondo momento, in uno stimolo a cercare nella scrittura una sorta di intimità virtuale. Isolandosi nella scrittura dei racconti, l’autore acquista una nuova percezione di sé, si sente come un inviato speciale in un universo inesplorato, investito del compito di decifrarlo e descriverlo dettagliatamente.

  Il mondo che raffigura è davvero inesplorato, per due motivi: in primo luogo, i racconti che formano la raccolta sono scritti da un uomo convinto dell’impossibilità di tornare libero, certo di essere impiccato da un giorno all’altro; in secondo luogo, pur essendo il suo crimine considerato politico, sconta la pena fra i detenuti comuni, circostanza piuttosto rara per uno scrittore di adab al-suğūn. Torna dunque il tema della scrittura salvifica, che aiuta il recluso a evadere almeno dall’alienazione mentale, a spaziare con la fantasia in altri mondi, a conservare lucidità ed equilibrio. Se la cella collettiva disturba in un primo tempo Ḫāḍūr, prima di trovare la via di fuga psicologica della scrittura, la cella di isolamento lo conduce quasi alla pazzia, causandogli crisi di claustrofobia. L’angoscia dell’autore è ingigantita dall’attesa dell’esecuzione, dell’impiccagione che può arrivare ogni giorno, un terrore che lo priva del sonno e della voglia di procedere nel suo doloroso percorso.

 Ḫāḍūr decide consapevolmente di narrare esclusivamente storie di prigionieri comuni:

«Ce recueil traite de la prison de droit commun. Les héros de ces histoires sont issus de toutes les couches de la societé, ce qui va à contre-courant de la tendence générale de la littérature de prison dans le monde arabe, laquelle traite de prison politique»[4].

  Secondo l’autore, non esiste differenza tra prigionieri politici e detenuti comuni: esistono soltanto uomini rinchiusi in una cella, che, in carcere, subiscono inevitabilmente una metamorfosi.

 Con il passare del tempo, i pensieri dei prigionieri si trasformano, i ricordi del mondo libero sfumano e si dissolvono, i desideri mutano. Il mondo, con i suoi colori e i suoi odori, diventa sbiadito, la vita diviene scialba, perde consistenza, gusto e spessore.  Il prigioniero, secondo l’autore, è privato del sole e della luna, delle stagioni, della luce del giorno che, filtrando attraverso il vetro spesso della feritoia munita di sbarre di ferro, diventa grigia, spenta. Dopo qualche anno di prigionia, ai detenuti, politici o comuni, non resta nulla se non l’unico desiderio di ritrovare il bene supremo, la libertà.

  Nella raccolta si individua anche la tematica politica, la denuncia dell’arbitrio del regime siriano che viola le sue stesse leggi, arresta i cittadini senza prove, li accusa di crimini mai commessi, diffonde voci che finiscono per confondere l’accusato stesso convincendolo della propria colpevolezza, umilia, tortura e disumanizza il prigioniero.

 Lo stile appare molto sobrio e misurato, la narrazione è asciutta, senza una parola di troppo, il linguaggio è denso, il lessico è ricco e spesso ricercato. 

  Nell’opera si ravvisa una struttura aperta, giacché l’autore non sa, mentre compone il testo, quale destino lo attenda.


[1] Ḥ. al-Dīn Ḫāḍūr, ʿArabat al-ḏul, op. cit.

[2] H. Khadour, La charrette d’infamie, op. cit., p. 10.

[3] Ivi, p. 9.

[4] Ivi p. 10.

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