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Alia Mamduh (ʻĀliyah Mamdūḥ), profilo di una scrittrice irachena

Articolo di Federica Pistono

  Alia Mamdoh (o Alia Mamdouh o ʻĀliyah Mamdūḥ) è nata a Baghdad nel 1944. Ha frequentato l’Università di Mastansariya, laureandosi nel 1971 in psicologia, e ha lavorato per diverse testate irachene, tra cui la rivista al-Rasid, di cui è stata caporedattrice dal 1970 al 1982, e al-Fikr al-Mu’asir (Pensiero contemporaneo). Ha iniziato a scrivere narrativa negli anni Settanta, cominciando con i racconti per poi dedicarsi ai romanzi. Nel 1982, Alia Mamduh ha lasciato l’Iraq, trasferendosi prima in Marocco, poi in Europa. Alla fine si è stabilita a Parigi, pubblicando nuovi romanzi e contribuendo a vari periodici in lingua araba. Nel 2004, la scrittrice ha ricevuto la Medaglia Naguib Mahfouz per la letteratura araba. Il suo ultimo romanzo al-Tanky (Il carro armato) si è classificato nella short list IPAF 2020. Attualmente, Alia Mamduh vive in esilio a Parigi.

  Le opere

  Iftitāḥiyyah li-l-dāḥik (Preludio musicale per chi ride), 1971 raccolta di racconti.

  Laylà wa-l-ḏi’b (“Layla e il lupo),1981, romanzo.

  abbāt al-naftalīn, 1986, romanzo, tradotto in italiano come Naftalina (Jouvence, 1999, trad. M. Avino).

  al-Walaʻ (La passone), 1995, romanzo.

  al-Ġulāmah (La ragazza), 2000, romanzo.

  al-Maḥbubāt  (Le amate),2003, romanzo.

  Al-Tanky, (I carro armato), 2020, romanzo.

  Scrivendo per il sito Web di Al-Ahram, Ferial J. Ghazoul ha definito lo stile di scrittura dell’autrice “unico”. Ha osservato che l’opera della scrittrice “non appartiene a nessuna scuola di scrittura femminista o non femminista. Appartiene a lei ed è solo suo. Si sposta dalla rappresentazione di dettagli nitidi – che solo un occhio attento può rilevare – a bagliori lirici con un’incredibile facilità e coerenza estetica.”

  Ḥabbāt al-naftalīn.

  Naftalina

  Il primo romanzo di Alia Mamduh è stato inizialmente pubblicato da una piccola casa editrice in Egitto, poi è apparso in traduzione inglese, prima a Reading, in Inghilterra, nel 1996, e infine negli Stati Uniti, con il titolo Naphtalene: A Novel of Baghdad. Naphtalene è stato il primo romanzo di una scrittrice irachena a essere pubblicato negli Stati Uniti. L’opera narra la storia di Huda, una bambina di nove anni che vive a Baghdad negli anni Quaranta. L’autrice rievoca un’epoca in cui la vita in città era più semplice e, apparentemente, innocente. Tuttavia, il libro non è una fiaba, ma racconta le dinamiche spietate che, a volte, s’instaurano nelle famiglie, e le conseguenze che ricadono sui bambini. Il padre di Huda è un uomo duro, una guardia carceraria che scaccia di casa la moglie, madre di Huda, quando si ammala, per sostituirla con una seconda moglie, incinta. Huda deve fare affidamento sul fratello maggiore e sulla nonna, la matriarca della famiglia, in assenza della madre.

 Il romanzo ruota, in gran parte, sulle dinamiche familiari, illustrando l’abisso culturale che separa uomini e donne e l’assegnazione del potere ai primi.  Le relazioni familiari sono indagate in particolare attraverso la relazione dei genitori di Huda e quella degli zii, Farida e Munir. La madre di Huda non ha voce in capitolo quando il marito la butta fuori di casa, e allo stesso modo, Farida non protesta, quando Munir scompare senza motivo o spiegazione.

   Huda è un ragazzina intelligente che cerca di affermare la propria individualità, anche attraverso gesti semplici quali l’incapacità a portare il velo. Sullo sfondo emerge un intrigante mondo di donne tra le quali spicca la saggia nonna.

  Un romanzo autobiografico che ci introduce in un quartiere povero di Baghdad alla fine degli anni Quaranta attraverso gli occhi di Huda, la ragazzina che assiste impotente al ripudio della madre malata e trova conforto solo nell’innocenza del fratellino, nella comprensione della nonna e nella creazione di uno spazio interiore, per sfuggire un mondo adulto che le appare senza orizzonti. L’universo dell’infanzia ci viene restituito attraverso la memoria: ricordi che rimangono immagazzinati, come abiti che nessuno indossa più, nella naftalina, in un vecchio baule.

   al-Walaʻ

  La passione

  L’indagine sul sentimento amoroso, ma anche il confronto fra Oriente e Occidente, la poligamia, e ancora le relazioni familiari, costituiscono le tematiche portanti de La passione.    

  Mus’ab, un iracheno dal carattere orgoglioso e dispotico, arriva all’aeroporto londinese di Heathrow accompagnato dalla quarta moglie, Widad, una giovane donna bella e sottomessa al marito. A Londra, sono accolti da Huda, la seconda moglie di Mus’ab, e dal loro figlio Mazen. Il ragazzo vive a Cardiff, ed è lacerato da una dolorosa contraddizione: pur imbevuto di cultura europea, è attaccato alla propria identità araba e irachena. Riuniti in uno spazio chiuso, in cui giunge talvolta l’eco della guerra del Golfo, i quattro personaggi si alternano, in una narrazione corale del loro incontro, svelando, poco a poco, i rapporti, a volte torbidi, che li legano.
Il romanzo, che costituisce il seguito di Naftalina, non si limita, come tante opere letterarie arabe contemporanee, a denunciare la tirannia maschilista, la repressione sessuale o l’ipocrisia delle relazioni familiari, ma sceglie di esplorare, nelle pieghe più intime e segrete, la passione amorosa nella sua essenza ambigua e tragica.

  L’opera è intrisa della presenza-assenza della terra natia. L’Iraq si respira in ogni pagina, con i suoi cieli e le sue sabbie, ma è un altrove, un luogo remoto, ormai abbandonato e irraggiungibile. Un luogo del passato, visitato attraverso il prisma della memoria e della nostalgia. Il presente si svolge in Inghilterra, e i ricordi dell’Iraq si inquadrano e si ricostituiscono a Cardiff. Il romanzo potrebbe definirsi una sorta di lago in cui confluiscono diverse correnti: flussi di coscienza, di memorie perdute, scrosci di poggia inglese che bagnano i vetri delle auto e le mura delle case, dietro cui sgorgano impulsi irrefrenabili, fiumi di lacrime di rimpianto e nostalgia.

  I personaggi sono avvolti da un’impalpabile atmosfera erotica, che ruota soprattutto intorno alla figura di Mus’ab, il capofamiglia poligamo e narcisista, cui si contrappone, come in una tragedia greca, quella del giovane figlio Mazen.

  Huda, la protagonista di Naftalina, è ora una donna matura, che vive in Gran Bretagna e deve dividere il marito con altre mogli. È lei la voce narrante del romanzo.    

  Elemento ricorrente dell’opera è la pioggia, un diluvio grigio e continuo che avvolge ogni cosa. Sembra quasi che l’autrice abbia voluto descrivere, attraverso il dato atmosferico e meteorologico, gli stati d’animo, i sentimenti dei protagonisti. Alla tempesta esterna corrisponde quella che si scatena all’interno dei cuori e delle mura domestiche. E così, dallo scontro di civiltà e dalle perturbazioni climatiche, scaturisce una creazione letteraria che Hélène Cixous, nell’introduzione all’edizione francese del romanzo, definisce una sorta di “meteora liquida”.     

    al-Ġulāmah (La ragazza)

  Più complessa, intricata e affascinante la trama de La ragazza. Le tematiche sono diverse: la condizione femminile e l’oppressione maschilista, la libertà sessuale e gli amori saffici, la repressione politica e la brutalità delle carceri irachene, in cui i dissidenti vengono torturati, stuprati e uccisi. 

  Sabiha, la protagonista, è la ragazza cui si riferisce il titolo. Proviene dal sud dell’Iraq e studia presso la Facoltà di Lettere di Baghdad. Arrestata subito dopo il colpo di stato del febbraio 1963 a causa della sua relazione amorosa con Badr, un militante comunista, viene orribilmente seviziata e violentata dai suoi carcerieri. Quando esce di prigione, distrutta, scopre di essere incinta. Badr, il suo compagno, è stato ucciso in carcere.

  Inizia quindi la lunga confessione di Sabiha – che intende scrivere un romanzo destinato a un concorso -, una denuncia senza veli delle piaghe che devastano la società irachena: arretratezza, ipocrisia, crudeltà, maschilismo, caratteristiche che la repressione politica non fa che accentuare. Allo stesso tempo, la narratrice svela gli aspetti che ancora la legano alla vita: la sua disperata ricerca del piacere sessuale, le sue relazioni saffiche con le amiche Huda e Hijran, i rapporti occasionali, ma sempre insoddisfacenti, con gli uomini di passaggio…

  Il romanzo si conclude con l’evocazione di un evento politico che segnerà il corso della storia irachena: la presa del potere da parte di Saddam Hussein. Pochi giorni dopo, i bambini trovano il cadavere mutilato di Sabiha sotto un ponte.

 Acclamato dalla critica al momento della pubblicazione, nel 2000, questo romanzo sensuale, lirico e corrosivo è stato oggetto di censura nella maggior parte dei paesi arabi. Viene spesso citato negli studi sull’erotismo nella letteratura araba contemporanea, e in particolare sull’omosessualità femminile.

  Un racconto a tinte fosche, ma di innegabile interesse: un romanzo psicologico che mescola vicende grandi e piccole, storia nazionale e vita privata, una confessione commovente e appassionata, un tocco di femminismo e di protesta politica. L’opera però, pur estremamente affascinante e poetica, risulta di non facile lettura. Non tanto per la violenza e la brutalità di alcune scene, ma soprattutto per la mancanza di linearità narrativa, per le tante, forse troppe, divagazioni legate al concatenarsi dei pensieri e al fluire dei ricordi, che fanno sì che, a volte, il lettore corra il pericolo di smarrirsi nei meandri tortuosi della mente della narratrice.

  Complesso, totalmente svincolato dalla logica temporale, questo romanzo, composto di innumerevoli piani narrativi, immerge il lettore in una sorta di trance elicoidale che lo sospinge avanti e indietro nel tempo, lo cattura con immagini dall’innegabile potere ipnotico, lo imprigiona come una farfalla nell’alone di una lampada notturna. Seppur disorientato e sbigottito, il lettore sarà disposto a bruciarsi pur di penetrare nei misteri dei mondi oscuri evocati dall’autrice. E così, ci lasciamo sedurre dalla magia della narrazione, dall’erotismo delle fantasie, dal calore delle immagini, dall’orrore degli interrogatori…

  Un vero peccato che un’opera così straordinaria non sia stata tradotta in italiano.

 al-Maḥbubāt  (Le amate)

  In questo romanzo, l’autrice si concentra sul motivo dei legami femminili e di come tali vincoli possano offrire un sostegno particolare in tempi di conflitto e difficoltà. L’opera racconta la storia di Suhaila Ahmad, una danzatrice di mezza età, che ha lasciato l’Iraq per Parigi, dove ora vive una vita di esiliata. Quando è colpita da un ictus cerebrale che la lascia in coma, amici e parenti, uomini e donne, si affrettano a raggiungere il suo capezzale. Tra i familiari, spicca la figura del figlio Nadir che, dalla sua casa in Canada, si precipita a Parigi alla notizia della malattia della madre. Fra gli amici c’è Fao, l’uomo con cui Suhaila balla sul palcoscenico. Subito emerge la difficoltà del rapporto tra Nadir e Suhaila, che vivono un legame turbolento. Il figlio, ora, deve fare i conti con i propri sentimenti per la madre.

 Le “amate”, cui allude il titolo, sono dunque le persone, prevalentemente donne, che accorrono al fianco di Suhaila, da tutto il mondo, per avvolgerla nel calore dell’amicizia, che potrebbe avere il potere di salvarla e consentirle la rinascita. La storia di Suhaila prende vita attraverso i racconti su di lei: i suoi eccessi, il suo amore per la danza, il vino e la poesia, gli abusi, durati anni, compiuti su di le dal marito iracheno, la desolazione dell’esilio e la frustrante separazione dal suo unico figlio.

  Le amate è un romanzo polifonico, il cui tema principale è quello dello sradicamento dalla patria, dell’esilio subito da tanti Iracheni. L’altro motivo dominante è il rapporto madre – figlio, intessuto di odio e amore, intrecciati in modo inestricabile.

  Passato e presente vengono svelati poco a poco, principalmente attraverso la narrazione di Nadir nella prima metà del libro. Durante la seconda metà della storia, il lettore conosce invece il punto di vista di Suhaila. In definitiva, è la vicinanza delle amiche a consentire alla protagonista il recupero finale delle forze e della voglia di vivere.

  Dal romanzo scaturisce una visione vivida della società irachena in patria e all’estero, con un focus sulla diaspora irachena nell’ultimo decennio del Novecento.

  Il romanzo è stato insignito dalla Medaglio Naguib Mahfouz per la letteratura araba nel 2004.

 Al-Tanky (Il carro armato)

  I temi dell’esilio, della diaspora irachena, della catastrofe che ha colpito il paese, ma anche i motivi del machismo, del maschilismo e dell’erotismo, tornano nell’ultimo romanzo dell’autrice, Il carro armato.  

Sarmad è un ex comunista iracheno esiliato a Londra. È stato tradito dal suo stesso fratello, un membro dei servizi di sicurezza, che gli ha persino portato via Alef, la donna da lui amata appassionatamente. Maschilista, predatore, orgoglioso soprattutto delle sue conquiste femminili, nota un giorno, sbalordito, che il suo pene si è rimpicciolito fino a scomparire sotto la sua grande pancia di mangiatore bulimico.

Oltre all’assillante nostalgia per Alef, lo tormenta ora il ricordo di tre donne, in particolare quello della scozzese Fiona, una quarantenne che lo aveva iniziato, nella prima giovinezza, ai giochi d’amore…

  Alia Mamduh sfrutta lo strano caso di Sarmad per creare una metafora della tragedia irachena. Nel paese, infatti, il frenetico desiderio di potere e l’ostentazione della forza hanno portato all’impotenza. Con un linguaggio libero, spesso poetico e polisemico, l’autrice collega le scene erotiche che perseguitano Sarmad ad altre che illustrano i disastri causati del culto della virilità.

 Già applaudita o condannata per la sua trasgressione ai tabù religiosi e sessuali, Alia Mamduh, in questo romanzo, censurato in diversi paesi arabi, esplora in realtà, al di là del contesto specificamente iracheno, le basi della supremazia maschile in ogni tempo e in ogni luogo, come suggerisce il nome del suo antieroe, Sarmad, che, in arabo, significa “Eterno”.

  Il romanzo, classificatosi nella short list dell’IPAF 2020, è stato tradotto in francese con il titolo Comme un desir qui ne veut pas mourir, Actes Sud, 2022.

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