La sposa di Amman di Fadi Zaghmout

  Recensione di Federica Pistono

  La casa editrice campana MR Editori ha recentemente pubblicato il romanzo La sposa di Amman, del giovane scrittore giordano Fadi Zaghmout, nella traduzione di Federica Pistono.

L’Autore:

Fadi Zaghmout è un intellettuale giordano, residente a Dubai, che ha focalizzato l’attenzione sulle problematiche di genere nel mondo arabo. Il suo romanzo ʿArūs ʿAmmān (La sposa di Amman), edito in arabo nel 2012, è stato uno dei primi romanzi a parlare apertamente delle questioni LGBT nel mondo arabo.

Il romanzo narra le vicende di cinque giovani, quattro ragazze legate da profonda amicizia, e un ragazzo, le cui storie s’intersecano e si fondono, dipingendo un quadro nitido e lucido della società giordana e della condizione giovanile.

L’autore ci conduce per le vie di Amman, la capitale giordana, in cui vigono regole religiose e sociali molto rigide, norme tradizionali che circoscrivono i confini delle libertà delle nuove generazioni.

Le voci dei cinque personaggi si alternano, in una scrittura corale. 

Il primo personaggio è Leila, una giovane brillante che, dopo la conclusione degli studi universitari, si rende conto che la sua laurea non conta nulla, agli occhi della società, perché, essendo una donna, il matrimonio dev’essere la sua prima aspirazione, la sua fondamentale vocazione. Stretta tra il sogno dell’indipendenza e dell’affermazione professionale, da un lato, e il desiderio di accettazione e approvazione sociale, dall’altro, Leila finisce per sposare Ali, un giovane rifugiato iracheno. Ma questo matrimonio riserverà amare sorprese.

Il secondo personaggio è Selma, la sorella di Leila, È lei la “sposa di Amman”, che dà il titolo al romanzo. Giunta all’età di trent’anni, Selma subisce le cattiverie e le derisioni di una società retrograda, patriarcale, in cui una ragazza deve sposarsi al più presto, per non diventare una zitella, un “frutto appassito”, secondo la definizione di sua nonna. Quando Leila annuncia le sue nozze con Ali, Selma sprofonda nella follia, risultato della profonda infelicità e della depressione, una condizione disperata che la spinge verso l’alienazione.  

Il terzo personaggio èHayat, una ragazza intraprendente ma oppressa da un passato pesante che la perseguita. Due sono gli avvenimenti tragici, nella vita di Hayat: lo stupro subito ad opera del padre, quando era ancora una ragazzina, e l’infelice relazione con un uomo sposato. Decisa a lasciarsi il passato alle spalle, Hayat diventa hostess in una compagnia aerea. Viaggiando, incontra John, un giovane americano che le propone di sposarla e di vivere un matrimonio aperto ai rapporti con altre persone. Hayat, inoltre, scopre il segreto dell’omosessualità di Ali, e si affretta a rivelarlo a Leila.

Il quarto personaggio è Rana, una ragazza innamorata di Janti, un giovane appartenente a un’altra confessione religiosa. Lei è cristiana, lui musulmano, e le differenze religiose cosa rendono difficile il matrimonio e i buoni rapporti tra le due famiglie.  Per vivere la loro storia d’amore, i due sono costretti a lasciare la patria e a trasferirsi in Svezia.

Il quinto personaggio, unico uomo, è Ali, il rifugiato iracheno omosessuale che sposa Leila. Prima del matrimonio, ha una relazione con un altro giovane, che abbandona per sposare Leila, “sistemarsi” secondo i dettami della tradizione e rendere felice la madre. Ma Ali torna ben presto a vivere il suo orientamento sessuale originario, fra infiniti problemi e difficoltà. La coppia ha un bambino, ma Ali ricomincia a frequentare gli uomini. Leila è al corrente della situazione: i due coniugi decidono di restare insieme per il bene del figlio e per salvare le apparenze, accettando un matrimonio di facciata, in cui il marito è un gay, immerso nelle sue vicende personali, più o meno segrete, e la moglie vive per il bambino e, soprattutto, per la realizzazione professionale.

In definitiva, per i cinque giovani la vita si rivela una gabbia, dalla quale si evade con il suicidio, con la fuga all’estero, oppure annegando nell’infelicità. 

La sposa di Amman non è una favola moderna con un lieto fine. In tutta la narrazione, c’è un senso di presentimento, di disastro imminente e la conclusione è drammatica e profondamente toccante. Man mano che il lettore si affeziona a ciascuno dei cinque personaggi principali, condividendo in una certa misura l’ambiente claustrofobico di Amman, una città chiusa come un villaggio, diventa chiaro che la fuga potrebbe essere l’unica risposta. C’è sollievo quando Hayat, la ragazza che si descriveva come una farfalla con le ali tagliate, diventa un’hostess di una compagnia aerea e letteralmente vola via. Allo stesso modo, Rana e Janti scappano, ma, nell’interesse della riconciliazione con le loro famiglie, tornano ad Amman dove Leila e Ali stanno negoziando la loro versione unica di amore e felicità. Il romanzo si conclude con molti compromessi nell’interesse di una pacifica convivenza, ma il nuovo inizio nasconde ferite profonde. Le parole di Hayat mi vengono in mente come epigrafe per il libro: “La vita è un insegnante duro, perché ci fa sostenere gli esami molto prima di essere pronti, prima ancora di iniziare la prova”.

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