La letteratura di prigionia (Adab al-suğūn – parte terza)

Il nuovo romanzo di prigionia, sadismo e tortura nel romanzo siriano contemporaneo: al-Šarnaqah di Ḥasībah ʽAbd al-Raḥmān e al-Qawqaʽah di Muṣṭafā Ḫalīfah

Articolo di Federica Pistono

Foto courtesy of cleopatrarogers

  Il romanzo di prigionia che si affaccia alle soglie del nuovo millennio dimostra il suo stretto legame con la narrativa di prigionia araba e specialmente siriana che l’ha preceduto. Molti sono i topoi che, già presenti nelle opere del trentennio precedente, si ripropongono nel nuovo romanzo siriano di adab al-suğūn. Le prigioni di Tadmur, di Ṣaydnāyā e di Mazzah costituiscono lo sfondo sul quale si muovono le vicende dei prigionieri, così come era stato per le opere del passato. Il tema della tortura, declinato in tutte le sue sfumature, risulta non solo ripreso dal passato ma addirittura ampliato e approfondito.

  Il tema della pietrificazione interiore del prigioniero, della sua disumanizzazione a contatto con la tortura, con la violenza gratuita e con le privazioni, costituisce probabilmente la tematica centrale delle opere siriane di adab al-suğūn agli albori del nuovo millennio.

  Le opere di adab al-suğūn seguono generalmente una struttura narrativa piuttosto ripetitiva, nel senso che l’autore propone gli eventi narrati secondo una schema che, tanto nel romanzo quanto nel diario di prigionia, presenta ben poche varianti. La struttura narrativa prevede sempre l’apertura del racconto con l’arresto, a volte preceduto da un periodo di latitanza del protagonista, sempre seguito dalla traslazione in un luogo di detenzione, che spesso corrisponde a una sede dei servizi segreti o della polizia politica. L’arresto può essere anche improvviso e inaspettato. La struttura prevede, subito dopo la cattura, l’inchiesta, con gli interrogatori e le torture ad essa collegati, quindi il trasferimento in un carcere. Parte integrante della struttura narrativa, non appena il protagonista arriva in prigione, è la descrizione accurata e minuziosa della cella, prima quella di isolamento quindi quella collettiva, e degli altri luoghi del carcere, come i cortili, i locali in cui sono praticate le torture, il parlatorio, le latrine. Estrema attenzione è dedicata dall’autore alla descrizione dei protagonisti della vita detentiva, i carcerieri e i compagni di prigionia, con i quali il protagonista può instaurare legami di solidarietà, di amicizia e di affetto, oppure rapporti conflittuali che possono condurre a zuffe, a tentativi di omicidio o a uccisioni.

  Nella struttura narrativa non mancano mai le riflessioni del protagonista sul sentimento del tempo in carcere, tanto diverso da quello che si sperimenta nel mondo esterno, sulla percezione delle stagioni, dei colori, degli odori, sul mutamento dei pensieri, dei sogni, delle speranze del detenuto. Anche i ricordi della persona amata, dei familiari, degli amici, dei compagni di lotta, le reminiscenze della propria terra e della propria casa giocano un ruolo importante nella costruzione della fabula narrativa, così come la descrizioni degli stenti e delle privazioni cui il recluso è sottoposto: la fame, il cibo scarso o avariato, il caldo torrido dell’estate e il gelo dell’inverno, la sporcizia, gli insetti immondi, le malattie che colpiscono i detenuti.

 Elemento centrale della struttura narrativa delle opere siriane di adab al-suğūn è la tortura che, descritta come la manifestazione diretta dell’iniquità del regime sul recluso, è raffigurata in tutta la sua atrocità, con crudo realismo.

 A questo punto della narrazione, l’autore illustra il modo in cui il prigioniero reagisce di fronte alla realtà disumanizzante del carcere: alcuni personaggi sprofondano nella follia, nell’alienazione, altri si rifugiano nella fede, nella convinzione di essere protetti da Dio, altri ancora subiscono la pietrificazione interiore. Questo è l’aspetto in cui la struttura narrativa conosce il maggior numero di varianti. A volte, nella struttura narrativa è inserita la descrizione del processo al protagonista, che si conclude invariabilmente con una sentenza di condanna.

  Infine, alcune opere si chiudono con la scarcerazione e il ritorno alla vita libera del protagonista, mentre altri testi presentano un finale aperto, nel senso che il recluso resta in carcere oppure non è chiaro se la liberazione del personaggio sia reale o vissuta soltanto in sogno; altre volte la vicenda si chiude senza che il lettore, o lo stesso protagonista, sappia quale destino lo attende.

  A tale proposito, secondo Samar Rawḥī al-Fayṣal[1], le opere di adab al-suğūn possono articolarsi sulla base di due tipologie di struttura: struttura chiusa e struttura aperta. La struttura chiusa è ravvisabile nei romanzi e nei diari di prigionia in cui la vicenda si chiude con la scarcerazione del protagonista e il suo ritorno al mondo cui apparteneva prima di essere imprigionato. La struttura aperta ricorre, invece, quando la narrazione non si conclude con la liberazione del protagonista o, comunque, quando la sorte del personaggio rimane oscura o la vicenda irrisolta.

  Mentre i diari di prigionia e i memoriali presentano generalmente una struttura chiusa, il romanzo può avvalersi dell’una o dell’altra tipologia.

  Nel 1999, Ḥasībah ʽAbd al-Raḥmān pubblica il romanzo al-Šarnaqah (Il bozzolo, 1999), senza indicazioni circa la casa editrice o il luogo di pubblicazione dell’opera. In un’intervista rilasciata dall’autrice a Miriam Cooke ad Amsterdam nel 2006, Ḥasībah ʽAbd al-Raḥmān spiega:

«I was fully aware that the Syrian censor would not permit such a novel to be published and so I was compelled to publish it in Beirut even though the publishing house would not allow its name to be revealed»[2].

  L’autrice narra la storia delle sofferenze patite da un gruppo di donne nelle prigioni di Ḥāfiẕ al-Asad negli anni Ottanta, rielaborando, negli anni successivi alla liberazione, le proprie memorie di prigionia scritte durante i sette anni trascorsi in carcere. Il romanzo descrive l’universo della reclusione femminile, un mondo in cui convivono prigioniere ricche e povere, analfabete e colte, comuniste e islamiste, detenute politiche e comuni, intellettuali, assassine, ladre e prostitute.

  Diviso in due parti e articolato in innumerevoli capitoli, il romanzo si apre con l’arresto della protagonista Kawṯar, nipote di uno šayẖ, fermata mentre distribuisce volantini per conto di un‘organizzazione comunista il cui nome rimane ignoto. All’arresto segue la descrizione dell’interrogatorio e delle torture cui la ragazza è sottoposta prima di essere rinchiusa in una cella di isolamento. Durante il periodo dell’isolamento, Kawṯar, pur avendo resistito alla tortura, è assalita dalle allucinazioni e dal disorientamento temporale. Dopo i primi interrogatori, la protagonista viene trasferita in una prigione femminile, quindi in un’altra. Le carceri sono descritte minuziosamente, gli spazi individuali e collettivi sono indagati dal punto di vista della protagonista. Il racconto si sposta, a questo punto, sulle storie delle altre prigioniere, comuniste e islamiste, politiche e comuni. La narrazione, in questa parte del romanzo, perde un poco di linearità e di chiarezza espositiva, soprattutto risulta difficile al lettore seguire l’ordine cronologico degli eventi narrati. Il lettore segue i movimenti da Kawṯar da una cella all’altra, assiste alle banalità quotidiane della vita in prigione, mentre emergono costantemente le memorie dell’esistenza libera.

  La storia di Kawṯar si intreccia con quella degli altri personaggi. La mente della protagonista vaga tra visioni e ricordi, memorie delle torture sofferte ma anche ricordo, continuamente rievocato, di uno stupro subito da parte di un soldato in una città la cui popolazione è stata massacrata, con un ovvio riferimento agli Avvenimenti di Ḥamāh.

 Nella seconda parte del romanzo, la narrazione oscilla tra la voce di Kawṯar e quelle delle altre prigioniere, i cui caratteri e le cui vicende vengono ricostruiti non soltanto attraverso i dialoghi tra i personaggi ma anche mediante il ricorso a diari e documenti che l’autrice inserisce nella struttura narrativa del testo. Il romanzo si sofferma sulle relazioni interpersonali che si instaurano fra le detenute, relazioni descritte dall’autrice come rapporti vissuti in un continuo stato di guerra. La natura conflittuale dei rapporti tra le donne è dovuta alla diversità dell’area politica cui le prigioniere appartengono, alle differenze sociali e culturali, ma soprattutto alla mancanza di solidarietà e di umanità che regna nella prigione femminile, pervasa da un’atmosfera di costante tensione. Proprio per sfuggire a questo clima snervante e ai continui conflitti, Kawṯar comincia poco a poco a isolarsi, ad autoescludersi dalla vita collettiva del carcere, fino a descrivere se stessa come una creatura avviluppatasi in un “bozzolo”. Questo riferimento al bozzolo che protegge la protagonista dal mondo esterno spiega il titolo del romanzo. Il bozzolo offre a Kawṯar un rifugio tanto dal dolore fisico delle torture quanto dal tormento psicologico dei litigi e dei conflitti fra le compagne di prigionia. Il bozzolo è un rifugio fatto di sogni, di visioni, di ricordi e di fantasticherie. Alla fine del romanzo, decine di recluse vengono scarcerate, ma non è chiaro se anche Kawṯar sia stata liberata o se si tratti di un’allucinazione della protagonista, immersa nello squallore della cella di isolamento.

   Mentre il romanzo al-Siğn di Nabīl Sulaymān rappresenta un esempio di realismo socialista, con l’eroica resistenza al dolore del protagonista e il catalogo di torture descritte con estrema dovizia di particolari, il romanzo di Ḥasībah ʽAbd al-Raḥmān può essere considerato una pietra miliare della nuova narrativa siriana di prigionia per diversi motivi.

  Innanzitutto, si tratta del primo romanzo siriano su un’esperienza detentiva scritto da una donna.

 Negli anni Novanta, viene composta un’opera di adab al-suğūn da una prigioniera islamista, Hibah al-Dabbāġ, ma si tratta di un diario di prigionia e non di un romanzo.

 In secondo luogo, al-Šarnaqah presenta una struttura tutt’altro che lineare, anzi una struttura asimmetrica, frammentaria, polifonica. Questo aspetto è dovuto probabilmente al fatto che l’autrice ha ricavato il romanzo dai suoi diari e dai suoi scritti redatti durante il periodo della prigionia.

 La struttura del romanzo di Ḥasībah ʽAbd al-Raḥmān, dunque, si differenzia nettamente da quella dell’opera di Sulaymān, caratterizzata da linearità, chiarezza espositiva e compattezza stilistica, al punto di costituire un punto di riferimento obbligato per chi, in Siria, volesse scrivere narrativa di prigionia. L’”ideologia del carcere” appare, a partire da questo romanzo, definitivamente in crisi.

  Quando l’opera appare in Siria, nel 1999, è fonte di scandalo e l’autrice è accusata di aver svelato i segreti inconfessabili dell’opposizione siriana. Uno dei primi rilievi critici mossi al testo è costituito dal fatto che il romanzo avrebbe messo a nudo una deprecabile mancanza di solidarietà fra prigionieri politici. L’autrice è stata quindi accusata di aver rappresentato nell’opera, in modo esplicito e implicito, scene di violenza sessuale sulle detenute, di aver trattato le problematiche della sessualità femminile, del maschilismo e della misoginia imperanti nella società siriana. 

  Per tutti questi motivi, al-Šarnaqah rappresenta l’opera letteraria in cui si compie la decostruzione di quella che Yāsīn al-Ḥağğ Sāliḥ definisce “l’ideologia della prigione”. Osserva a questo proposito R. Shareah Taleghani che il romanzo si allontana dalla concezione tradizionale della riwāyah niḍāliyyah (romanzo di lotta o di resistenza), anche perché la stessa ʽAbd al-Raḥmān afferma che non è possibile raffigurare eroi nell’epoca della sconfitta[3].

  Nel 2007, è pubblicato il romanzo di Muṣṭafà Ḫalīfah, al-Qawqa‘ah, yawmyyāt mutalaṣṣis. (La conchiglia, diario di un voyeur)[4].

  Il testo ripercorre, in forma romanzata, la vicenda dell’autore. Dopo sei anni trascorsi in Francia per motivi di studio, il giovane Mūsà torna a Damasco, sua città natale. Appena sceso dall’aereo, viene prelevato dalla polizia, torturato nella sede dei servizi segreti e imprigionato senza processo sulla base di un sospetto assurdo e infondato: cristiano, per giunta ateo, è accusato di appartenere all’organizzazione dei Fratelli Musulmani. A nulla gli serve rivelare la propria appartenenza alla comunità cristiana né la confessione del proprio ateismo. Anzi, la condizione di ateo cuce addosso al protagonista un’etichetta indelebile, causa del suo isolamento. Mūsà vive un dramma nel dramma, una prigione nella prigione.

  Il romanzo, dolorosamente autobiografico, racconta l’odissea del protagonista, durata tredici anni, nelle carceri di Ḥāfiẕ al-Asad, la storia di una resistenza quotidiana a una violenza che annichilisce i corpi e le menti degli uomini. Stretto tra la selvaggia bestialità dei carcerieri e l’ostilità dei compagni di cella islamisti che, sapendolo ateo, si spingono a tentare di ucciderlo, il protagonista costruisce intorno a sé un guscio, una “conchiglia”, per proteggersi e osservare l’atrocità che lo circonda. Impara ad aspettare, a osservare, a capire senza parlare e, per un attimo, riesce a vivere con Nasīm, un compagno di prigionia, un’amicizia talmente intima e profonda da sconfinare in una delicata relazione amorosa. Ma quando finalmente Mūsà esce di prigione, grazie all’intervento di uno zio divenuto ministro, la sua anima è annichilita, pietrificata: non riesce a ricambiare l’affetto dei familiari, a gioire per la ritrovata libertà, ad accettare un lavoro. Non è capace neppure di soffrire quando Nasīm, ferito a morte dalla sua indifferenza, si toglie la vita lanciandosi dall’alto di un palazzo. Non può fare altro, nel cosiddetto mondo libero, che costruirsi una nuova conchiglia, ancora più spessa di quella precedente, in cui rifugiarsi per spiare la propria anima lacerata.

    I temi kafkiani dell’errore di identità e dell’arresto immotivato sono elementi ricorrenti nella letteratura siriana di prigionia. Il protagonista, come l’autore, passa nella prigione “infernale” di Tadmur tredici interminabili anni.

  Con uno stile sobrio e piano, quasi documentaristico, pur senza tornare al realismo socialista di Nabīl Sulaymān, il protagonista descrive le privazioni e gli stenti cui è sottoposto, il “carnevale delle torture”, la sporcizia, i pidocchi, le pulci, le malattie ricorrenti dei reclusi, le frustate dei carcerieri e le percosse degli islamisti che lo considerano alla stragua di un appestato per il solo fatto di essere ateo.

  Per dieci anni consecutivi rimane muto perché i compagni di cella lo disprezzano per via del suo ateismo e non gli rivolgono la parola. Subisce la violenza e la brutalità delle guardie, assiste inorridito alle impiccagioni dei detenuti nel cortile del carcere, alla selvaggia, immotivata uccisione di molti compagni di prigionia, assassinati per puro sadismo dei carcerieri, nella certezza dell’impunità. Per evitare di impazzire di fronte a una realtà inaccettabile, oltretutto inattesa, giacché Mūsà non si è mai occupato di politica, il giovane trova rifugio nella “conchiglia”, nel guscio di silenzio in cui si rinchiude per difendersi e per osservare la realtà circostante.

  Dopo il “bozzolo” di Ḥasībah ʽAbd al-Raḥmān, la “conchiglia” di Muṣṭafà Ḫalīfah.

  Che cosa accomuna i due romanzi, in che cosa si differenziano? Sicuramente le due opere sono accostate dalla narrazione di un’esperienza detentiva devastante, dalla massiccia, agghiacciante presenza della tortura, dall’atteggiamento dei due protagonisti che, entrambi, si costruiscono un nascondiglio ideale in cui rifugiarsi.

  A questo punto, un’osservazione si impone. Il “bozzolo” di Kawṯar consiste in una disconnessione dalla realtà: la protagonista si estrania dal mondo, chiude la mente come un sipario su un presente che non le piace, scivola nel passato, nei ricordi piacevoli delle persone amate, come il nonno, la madre o l’innamorato. Quella di Kawṯar è una fuga dalla realtà, che il personaggio attua sia durante le sedute di tortura sia dopo, quando, ricondotta in cella pesta e dolorante, si abbandona ai sogni, alle fantasticherie, agli incubi e ai deliri.

  La “conchiglia” di Mūsà non rappresenta affatto una fuga dalla realtà, il personaggio non si distacca dal mondo, non si rifugia nel sogno o nel delirio, al contrario si arrocca nel suo silenzio e impara a osservare la realtà circostante per comprenderla meglio, per scrutare le dinamiche antropologiche che trasformano gli esseri umani quando sono costretti nelle situazioni di reclusione più aspramente punitive. Mūsà osserva il comportamento dei suoi compagni, di cui a volte giunge ad apprezzare il coraggio e la fede, ascolta impassibile le loro conversazioni imparando a capire il modo di ragionare e di discutere dei Fratelli Musulmani, di cui arriva a stimare i pregi e a conoscere i difetti. Intense pagine dell’opera sono dedicate a una sottile descrizione dei tratti psicologici caratterizzanti gli uomini appartenenti alle diverse “correnti” della religiosità islamica.

  Lo spaccato culturale che ne scaturisce è profondo, complesso, capace di restituire il fascino antico di alcune pratiche religiose.  Il protagonista apprende dai compagni di cella il metodo della memorizzazione degli avvenimenti: non avendo a disposizione né carta né penne, gli islamisti, così come imparano a memoria il Corano e la Sunna, imparano a memorizzare i fatti che li riguardano, nomi, luoghi di origine, indirizzi, date di morte dei loro compagni. Mūsà si rende conto che il sistema della memorizzazione costituisce un ottimo antidoto contro l’alienazione mentale e lo utilizza con successo, cosa che gli permette, quando torna in libertà, di scrivere le sue memorie di prigionia precedentemente fissate nella mente.  Questo processo è chiaramente spiegato da Muṣṭafà Ḫalīfah:

 La maggior parte di questo diario è stata “scritta” nella Prigione del deserto. “Scritta” non è la parola adatta, dal momento che laggiù non esistono penne, né carta per scrivere… (…) La scrittura mentale è un procedimento che è stato sviluppato dagli islamisti. (…) Quando ho deciso di scrivere questo diario, ero riuscito, grazie all’allenamento, a trasformare i pensieri in una sorta di nastro nel quale registravo tutto quello che vedevo e una parte di quello che sentivo[5]

  Quando, per una circostanza casuale, si apre un piccolo foro nella parete della cella che si affaccia sul cortile, il personaggio ne approfitta subito per spiare ciò che avviene all’esterno della cella. È così che Mūsà assiste al macabro rituale delle impiccagioni nel cortile del carcere, all’uccisione gratuita di alcuni prigionieri, alle discussioni tra le guardie. Il personaggio di Mūsà possiede una mente salda e volitiva, che gli permette di sopportare l’esperienza senza mai vacillare, come invece accade al personaggio di Kawṯar quando si abbandona alla fantasticheria e al delirio.  

  Anche il tema della tortura è trattato nei due romanzi in modo profondamente diverso.

  Per Kawṯar, protagonista di al-Šarnaqah, la tortura si fonde con il delirio, il dolore fisico si trasforma in disagio psicologico, il confine tra realtà e incubo è così labile da confondere e, a volte, disorientare il lettore. La fusione tortura-incubo è funzionale all’autrice per attuare l’operazione di sovrapposizione di un dramma collettivo a un dramma individuale. La prigionia, la tortura, lo stupro inflitti a Kawṯar non sono altro che la prigionia, la tortura, lo stupro inflitto a Ḥamāh e, per estensione, a tutta la Siria.

Il dramma di Mūsà, invece, rimane personale, individuale. Il personaggio impara a convivere con la tortura, a sopportarla senza quasi più soffrire, anche se il prezzo che paga per questa insensibilità progressiva al dolore fisico è la graduale perdita della sua umanità.  Il primo sentimento che Mūsà prova, all’inizio della detenzione, è l’incredulità di fronte al male.   Al principio del romanzo, infatti, Mūsà è terrorizzato dalla tortura, non la sopporta, piange, implora gli aguzzini che lo deridono. Farebbe qualunque cosa, perfino rinnegare la propria religione, pur di scampare al dolore fisico. Con il passare del tempo, però, il personaggio si abitua alla tortura, alla fine del romanzo tollera senza batter ciglio le torture del “fantasma”, del “tappeto volante”, della “falāqah”, dell’elettroshock. Nulla lo impressiona più. Soffre ancora, naturalmente, ma riesce a padroneggiare il dolore e a fronteggiare con successo le prove più spaventose. Quando finalmente esce di prigione, però, ha perduto l’anima, non riesce a provare sentimenti se non l’indifferenza, la noia, il senso di alienazione, la voglia di bere fino a ubriacarsi per dimenticare.

  Una “morte dell’anima”, una sopravvivenza a se stessi che appare come un motivo nuovo nella narrativa araba di prigionia, che ci riporta indubbiamente alle atmosfere e agli incubi della letteratura concentrazionaria europea. La restituzione alla libertà è come un seme piantato in una terra ormai inaridita, o bruciata da un veleno che rende impossibile la fioritura di qualunque sentimento. Chi ha vissuto sulla propria pelle la riduzione dell’essere umano a oggetto di offesa fisica e morale –un’offensiva violenta e condotta all’estremo – smette anch’egli, in certo qual modo, di essere uomo.  


[1]  Cfr. S. R. al-Fayṣal, al-Siğn al-siyāsī fī al-riwāyyah al-ʻarabiyyah, Dimašq, Ittiḥād al-Kuttāb, 1983, p. 252.

[2] M. Cooke, The Cell Story: Syrian Prison Stories after Hafiz Asad, in Middle East Critique, Vol. 20, No. 2, 169-187, Summer 2011.

[3] R. Shareah Taleghani, The Cocoons of Language. Torture, Voice, Event, p. 128.

[4] M. Ḫalīfah, Al-Qawqa‘ah, yawmyyāt mutalaṣṣis, op. cit.

[5] M. Khalifa, La conchiglia. I miei anni nelle prigioni siriane, op. cit., p. 15.

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