L’oasi del tramonto di Bahaa Taher

L’oasi del tramonto di Bahaa Taher

Recensione di Federica Pistono

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L’AUTORE:

Bahaa Taher (1935), egiziano, è uno dei principali scrittori arabi contemporanei. Negli anni ’70 si trasferisce in Svizzera dove lavora presso le Nazioni Unite e attualmente vive al Cairo. Autore di opere teatrali, racconti e romanzi tradotti in molte lingue, insigniti di diversi e importanti riconoscimenti tra i quali, in Italia, il premio “Giuseppe Acerbi” nel 2001 per il romanzo Zia Safia e il monastero (Jouvence). Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati nelle antologie Scrittori Arabi del Novecento (Bompiani), L’altro Mediterraneo (Mondadori) e Fuori dagli argini (Edizioni Lavoro). Nel 2008 vince il prestigioso Arabic Booker Prize con L’oasi del tramonto.

Titolo: L’oasi del tramonto

Autore: Bahaa Taher

Traduttore: Federica Pistono

Casa editrice: Cicorivolta Edizioni

Genere: Romanzo drammatico

Pagine: 348

Anno di pubblicazione: 2012

Prezzo: € 13,30

Tempo medio di lettura: 4 giorni

Dal nostro arrivo nell’oasi, la mia attenzione era stata assorbita dall’enorme quantità di palme presso le fonti. Ne avevo individuate alcune, in mezzo ai laghi, di cui non emergeva che la cima. Ma ora, all’improvviso, dopo aver superato una collina, immensi orizzonti verdi si sono dispiegati sotto i miei occhi, una fitta foresta di palme si estendeva a perdita d’occhio. Un mare di un verde cupo, opaco, oleoso, al di sopra del quale il villaggio si innalzava come un’isola, come una piramide, con le sue mura grigie e le sue case gialle.

L’oasi del tramonto, dello scrittore egiziano Bahaa Taher, è il romanzo che ha vinto il prestigioso Booker arabo del 2008.

La storia, ambientata negli ultimi anni del XIX secolo, narra la vicenda del Governatore dell’oasi di Siwa, il maggiore Mahmud ʿAbd al-Zahir, pseudonimo di un personaggio realmente esistito.

Come punizione per le sue implicazioni nella fallita rivolta urabista del 1882 contro l’invasione inglese dell’Egitto, Mahmud è nominato Governatore della splendida quanto remota oasi di Siwa, sede di un insediamento berbero nel cuore del deserto. Gli abitanti dell’oasi, caratterizzati da costumi antichissimi e da una lingua propria, sono stati assoggettati dagli Egiziani solo recentemente, dopo secoli di indipendenza, e sono divisi tra loro in due clan rivali in perenne conflitto.

La nomina a Governatore di Siwa è sinonimo di una morte quasi certa: i due precedenti Governatori sono stati infatti assassinati dai Siwani, che mal sopportano la dominazione degli Egiziani, ai quali oppongono una fiera resistenza. Mahmud è accompagnato, nella sua avventura, dalla moglie irlandese Catherine, una studiosa di archeologia, che spera di trovare nell’oasi le tracce di Alessandro Magno, passato a Siwa per ricevere, dall’Oracolo di Amon, la conferma della propria discendenza da Zeus.

Mentre lo sguardo di Catherine sul deserto e sull’oasi è filtrato dal prisma della storia antica e dal desiderio di affermazione come archeologa, Mahmud è consumato dai rimorsi e dal rimpianto del proprio passato. L’ufficiale non riesce, infatti, ad assolversi per il comportamento tenuto, anni prima, durante l’inchiesta volta ad accertare le responsabilità dei militari accusati di collusioni con i ribelli, così come non può perdonarsi la durezza di cuore che ha allontanato da lui il grande amore della sua vita, la schiava Niʿama. Mahmud, tormentato dai fantasmi del passato, si considera quasi un traditore, arrivando al punto di desiderare la morte.

Giunta nell’oasi dopo un periglioso viaggio attraverso il deserto, la coppia deve affrontare gravi difficoltà: Mahmud e Catherine sono infatti circondati da un’invalicabile barriera di ostilità che li isola dagli abitanti del luogo, anche perché il compito principale di Mahmud consiste nella riscossione delle imposte, esageratamente elevate, richieste dal governo egiziano.

Duramente messo alla prova dalle avversità e dall’isolamento, il matrimonio di Mahmud e Catherine entra in crisi, mentre il Governatore è costantemente minacciato di morte. Il meccanismo della tragedia è innescato e sembra procedere, inarrestabile, verso la catastrofe.

Il romanzo è ricco di spunti che stupiscono e affascinano il lettore. Il primo dato che balza agli occhi è il continuo intreccio di epoche diverse: il presente, ossia l’ultimo decennio dell’Ottocento, caratterizzato dalla dominazione britannica; un passato recente, risalente ad alcuni anni addietro, quello della rivolta capeggiata da Ahmad ʿUrabi contro l’invasione inglese, spesso evocato nelle amare riflessioni di Mahmud; l’epopea di Alessandro Magno che, con le guerre e le conquiste del re macedone, rivive costantemente nei discorsi di Catherine; il periodo faraonico, sempre presente come un fondale su cui si staglia l’azione dei personaggi. Il passaggio da un’epoca all’altra è continuo, la narrazione è segnata da abili salti temporali che trasportano il lettore dal presente al passato, e viceversa, senza che mai si smarrisca il filo conduttore della vicenda.

Un secondo elemento che colpisce il lettore è la descrizione dell’oasi di Siwa, un ambiente dalla bellezza abbagliante, caratterizzato da immensi palmeti verdeggianti, oliveti rigogliosi, giardini fioriti, laghi blu che scintillano al sole, circondati dalla sabbia gialla del deserto. In quest’oasi meravigliosa sorgono due villaggi, Shali e Aghurmi. Shali è una città fortificata, arroccata su un’altura, si erge come una piramide sul verde dei palmeti. Il viaggiatore che visita Siwa, oggi come ieri, rimane stregato dalla bellezza dell’oasi, ma anche dalla descrizione che Taher ci propone.

Gli abitanti dell’oasi sono presentati prima sotto il profilo antropologico e sociologico, quindi da quello umano e personale. Appartengono a una tribù berbera proveniente dal Maghreb, parlano una lingua propria, possiedono tradizioni antichissime, talvolta crudeli, come quella di segregare per mesi la vedova, dopo la morte del marito. Inevitabile l’incomprensione con gli Egiziani, portatori di una cultura diversa e considerati dai Siwani alla stregua di colonizzatori. Il carattere fiero e bellicoso di questi abitanti li spinge, infatti, non solo a continue ribellioni agli Egiziani, ma anche a incessanti conflitti fra le due tribù dell’oasi, gli Sharqiyin (gli “Orientali”), e i Gharbiyin (gli “Occidentali”).

La storia della vita di Mahmud e Catherine a Siwa è, dunque, la storia di un rapporto impossibile, di un contatto irrealizzabile tra due mondi diversi, tra i quali non passa alcuna comunicazione.

Molto interessante risulta l’analisi psicologica dei personaggi, condotta dall’autore con una semplicità stupefacente nel descrivere le situazioni più complesse dell’animo umano.

Mahmud, l’ufficiale ribelle, è il protagonista assoluto, l’archetipo dell’uomo sconfitto dagli eventi e dalle circostanze. Ancora giovane, affascinante, proveniente da un’altolocata famiglia del Cairo, ha un carattere naturalmente incline alla malinconia e all’introspezione. Nella sua giovinezza, è stato travolto dalla passione politica che lo ha portato ad aderire a una loggia massonica, prima, e a invischiarsi nella rivolta urabista, poi. Dopo il fallimento della rivolta, è stato costretto, davanti a una commissione d’inchiesta, anticamera della Corte marziale, a ritrattare le proprie convinzioni. Prosciolto, ha continuato la sua carriera di ufficiale, senza però riuscire a perdonarsi per quello che considera un tradimento dei propri ideali.

Mahmud, come altri personaggi di Bahaa Taher, è un perdente, un uomo che non riesce ad accedere alla pace del cuore, che non sa venire a patti con il mondo, intrappolato nel suo universo interiore, dal quale non trova scampo né rifugio. Resta, dunque, un personaggio “irrisolto”, un enigma inaccessibile perfino a se stesso.

Se Mahmud è un personaggio tragico, un uomo triste e introverso, sua moglie Catherine sembra contrapporsi a lui in modo speculare, costituire il suo esatto contrario. Volitiva e determinata, sicura della propria superiorità intellettuale e culturale, segue con pervicacia l’obiettivo che si prefigge, quello di scoprire il sepolcro di Alessandro Magno, incurante di infrangere tabù millenari e di scatenare sul capo del marito la collera dei Siwani. Il dubbio di sbagliare non la sfiora mai, non comprende la realtà che la circonda, non capisce di irritare i locali con il suo abbigliamento maschile e il suo atteggiamento disinvolto e, soprattutto, con le sue ricerche nei templi dell’oasi, che gli abitanti interpretano come abominevoli pratiche magiche. Ma Catherine non occhi neppure per vedere le angosce di Mahmud, per capire le difficoltà in cui si dibatte, e si ritrova, così, ad assistere, impassibile e indifferente, alla disgregazione del suo matrimonio. Anche Catherine, dunque, non solo è incapace di accedere alla serenità e alla pace interiore, divorata dall’ansia di ottenere fama e gloria con una scoperta importante, ma appare come una sorta di monade, non in grado di spostare lo sguardo da sé agli altri.

Il romanzo ruota intorno ai grandi temi delle passioni umane: l’amore, il coraggio, il tradimento, la violenza, l’ossessione che diventa pazzia.

Tutti gli stati d’animo sono indagati sono indagati dall’autore con rara profondità, anche se in modo diretto e immediato. Dietro le parole semplici dei personaggi, si coglie una complessità umana che turba, possiamo intravedere forze oscure che strappano, via via, ai protagonisti le loro certezze quotidiane.

Lo stile è piano e scorrevole, il ritmo incalzante, sicché il libro, pur corposo, si legge d’un fiato.

La tecnica narrativa è quella del racconto polifonico, in cui ciascuna voce riferisce le vicende dal proprio, peculiare punto di vista.

La lingua è l’arabo classico per la quasi totalità del romanzo, anche se l’antico idioma adoperato dall’autore per i dialoghi dei Siwani conferisce a questi passi la freschezza e la spontaneità del linguaggio delle antiche popolazioni berbere, beduine e dell’Egitto rurale che, pur rimanendo ai margini delle grandi città, sopravvivono e conservano ancora oggi i loro tratti culturali e tradizionali specifici.

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